Governo, maggioranza e norme dei poteri pubblici

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Il legame tra esecutivo e volontà popolare è un legame “presunto” perché si accetta il principio che gli avversari di prima possano diventare gli alleati di dopo, e viceversa.

di Antonio Calicchio

Anche la formazione dell’esecutivo in carica ha ripresentato la genetica anomalia inerente alla modalità attraverso cui si costituiscono, in Italia, i governi e le maggioranze in parlamento. Ed infatti, in tutte le democrazie europee, governi e maggioranze sono oggetto di indicazione ed emanazione – più o meno – diretta del risultato elettorale, in virtù di una serie di accorgimenti di natura maggioritaria (sistemi elettorali o norme costituzionali). Mentre, in Italia, ciò non accade.

Nel nostro Paese, tranne una breve parentesi domina una legge elettorale di tipo proporzionale, al punto che, soprattutto negli ultimi anni e come avviene con una legge simile, avere una maggioranza che promani – più o meno direttamente – dalle urne elettorali, appare pressoché impossibile. Pertanto, da noi, il legame fra volontà popolare, manifestata a seguito di elezioni, e governi è diventato un legame, ormai, ipotetico e presunto. Talché, ci si è abituati al principio che tutti possono governare con tutti, che gli avversari di prima possono diventare gli alleati di dopo, e viceversa. Con l’effetto che la quantità e l’indirizzo dei governi possono, così, moltiplicarsi a piacimento – come si è verificato – e con quale positiva conseguenza per il buon nome della politica e dei partiti è facilmente immaginabile. 

Comunque, non trova rispondenza nella realtà l’idea di coloro che ritengono trattarsi di fenomeno sorto nel 1994, in concomitanza alla nascita della seconda Repubblica. Come dimostra la vicenda della legge maggioritaria con cui si tennero le elezioni del 1953, una incompatibilità, una negazione nei confronti di qualsiasi forma di maggioritario esistono ab origine nella storia politica della nostra nazione. E prova se ne trae non tanto dalla ricusazione che venne espressa allora verso detta legge, ad opera della opposizione, quanto, piuttosto, dalla denominazione che questa le attribuì: “legge truffa”. Legge permeata dal principio del maggioritario che venne qualificato come truffaldino nei riguardi degli Italiani. 

Ed ancora. Accanto alla avversione per il sistema elettorale maggioritario, la repubblica italiana è maturata anche alimentando la sottovalutazione del principio di maggioranza. Ed infatti, dal 1953 in avanti, gli Italiani si sono sentiti ripetere, dal principale partito di opposizione, e cioè il Pci, che con il 51% non si governa. Il Partito comunista affermava ciò in quanto era consapevole che una sua vittoria elettorale, sebbene poco probabile, tuttavia difficilmente gli avrebbe permesso di accedere al potere giacché i suoi rapporti con la Unione sovietica avrebbero significato l’inizio di una crisi di carattere internazionale, con effetti imprevedibili. La Dc, per parte sua, aveva interesse ad accreditare tale orientamento che – tacitamente – convalidava la sua egemonia sul sistema politico. 

Come noto, l’esito fu dato dalla tendenza, di quel sistema, all’esatto opposto del maggioritario, ovverosia al consociativismo, alle “convergenze parallele”, alle “larghe intese”. Vale a dire, ad escludere, edulcorare ogni problema che potesse determinare una contrapposizione fra minoranza e maggioranza, e, viceversa, la tendenza a cercare sempre un compromesso, in merito non solo alle grandi questioni di interesse nazionale (come è giusta norma fra opposizione e maggioranza nei regimi democratici), ma anche, e tanto più, alle leggi e leggine di ogni genere, alla spesa pubblica, alla normativa la più varia, alla ripartizione dei posti. In altri termini, la tendenza a governare insieme. La cui cellula germinale era stata scorta in un accordo di vertice fra i partiti del Cln, a prescindere da ogni manifestazione e misura della volontà popolare. 

Del resto, la repulsione della politica italiana verso una legge elettorale maggioritaria si fonda su una ulteriore base, oltre a quella rappresentata dai prefati risalenti precedenti storici. Si fonda sulla base data dalla Costituzione la quale, ad avviso di alcune correnti dottrinarie, prescriverebbe che le maggioranze si devono costruire in Parlamento.

Ma, al lume della teoria, formulata da Mortati, circa la Costituzione formale e quella materiale, occorre, in proposito, rilevare che, dal punto di vista della prima, non è proprio così, posto che essa tace con riguardo a leggi elettorali, mentre è così dal punto di vista della seconda. 

Per vero, tutti i modi che disciplinano il sistema dei poteri pubblici, del governo e degli altri organi costituzionali, la loro composizione e la formazione della loro volontà, tutti poggiano o su vincoli imposti a siffatti organi (ad es., è il caso del governo, il cui capo, come tale, non può fare pressoché niente, neanche nominare e revocare i ministri) oppure necessitano della più ampia base parlamentare o di forme varie di collaborazione (ad es., quella richiesta tra presidente del Consiglio e presidente della Repubblica che, differentemente dal sovrano costituzionale del Regno di Italia, è investito, dalla Carta fondamentale, di poteri particolarmente penetranti). Insomma, nella Costituzione del 1948, tutto sembrerebbe imperniato sul cardine del rifiuto del maggioritario, rifiuto che, malgrado le sue conseguenze in ordine alle sorti della nazione, si mostra, quindi, essere destinato a dominare, ancora, la vita pubblica italiana.