Gli (In-) Equilibri della nostra epoca

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filosofia

Il fenomeno da considerare è la crisi dei valori tradizionali della nostra civiltà.

di Antonio Calicchio

Da circa due secoli, filosofia, economia, diritto, politica, scienza, arte, religione e morale mostrano un comune tratto: dovunque, ci si affranca da forme intellettuali ed esistenziali che, nell’ambito della tradizione occidentale, erano concepite come intangibili, immutabili ed assolute.
Il trionfo della democrazia, nel Novecento, ha condotto alla demolizione dello Stato assoluto, che intende permanere immodificabile e controllare le mutazioni e le iniziative umane; tuttavia, ciò che induce alla distruzione dello Stato assoluto è lo stesso che porta l’arte a tralasciare ogni modello immutabile ed assoluto e ogni criterio definitivo di bellezza, divenendo arte astratta. E come le arti figurative cancellano la figura “naturale”, così la musica cancella il tonalismo (cioè il complesso di regole che credono di garantire la composizione “naturale” dei suoni), in quanto non si crede più che la natura sia una dimensione inviolabile da imitare.
Al contempo, non si pensa più all’esistenza di un “diritto naturale”, cui debba uniformarsi la dimensione morale, economica e giuridica, poiché esiste soltanto il “diritto positivo”, ossia creato dall’uomo, allo stesso modo in cui l’arte non è più imitazione della natura esterna, creandone, essa, una nuova. Lo Stato e la famiglia non sono più realtà naturali e, dunque, inviolabili; crollano i divieti e le limitazioni, anche di ordine sessuale. Non si crede più nell’esistenza di una “natura umana” da tutelare: l’uomo deve essere “inventato”.
Anche la ricusazione nei confronti del valore assoluto della fede cristiana si estende e si approfondisce: non sono più solamente gli “spiriti liberi”, ma le masse stesse a vivere al di fuori e al di là delle norme e dei principi assoluti del cristianesimo, senza riconoscere più nella Chiesa una indiscutibile autorità. Di qui l’idea della “mors Dei”, nell’epoca moderna. Muore Dio e muoiono tutte le strutture mondane riflettenti la sua assolutezza che, in ogni ambito, intendono dominare il divenire delle cose.

Lo stesso capitalismo non qualifica più se stesso in termini di sistema “naturale”, di cui l’aveva accusato Marx, e l’aumento della ricchezza non ha più, al di fuori di sé, il proprio fine assoluto, vale a dire che non ha più la funzione di garantire i presupposti della “buona vita”, in coerenza con le leggi immutabili della realtà: l’economia si sottrae alla morale, come si era sottratta alla religione.
Ed ancora. Dapprima, la matematica, successivamente, la fisica, insieme alle altre scienze, dalla fine del sec. XIX, concepiscono se stesse non più quali verità assolute e definitive, bensì quali conoscenze ipotetiche – aperte alla conferma o alla disconfermasperimentale – tali, per effetto di questa loro flessibilità, da trasformare il mondo efficacemente.
Da ciò scaturisce la svolta del pensiero filosofico degli ultimi due secoli. Alle origini della civiltà dell’Occidente, è la filosofia a ritenere che, al di sopra delle incerte e variabili opinioni, esista una conoscenza stabile, sicura e assoluta, attraverso cui l’individuo può scoprire la struttura immutabile della realtà, perenne sopra e dentro il divenire del mondo, come condizione e guida di esso.

La tradizione filosofica – dai Greci sino a Hegel – vuole essere conoscenza assoluta dell’assoluto, verità incontrovertibile e definitiva, in cui l’Eterno si manifesta, in quanto fondamento e scopo della realtà diveniente.
Da questa dimensione, generata dalla tradizione filosofica, la filosofia contemporanea si svincola: non esistono più verità assolute e indiscutibili, valori inviolabili e certi della conoscenza, non esiste un fondamento o un centro del mondo, un Essere immutabile, eterno tale da sorreggere la realtà diveniente e finita; ogni essere è tempo, storicità, divenire, contingenza e finitudine; non esistono regole e vincoli morali assoluti: sono le tematiche da cui discendono il romanzo, la poesia, la letteratura e ogni forma culturale ed esistenziale contemporanea.
L’attuale filosofia è alla base della crisi assiologia. Ed è ciò che è accaduto anche alla filosofia marxista, una delle ultime grandi forme di filosofia, ossia di sapere incontrovertibile ed assoluto, rispetto alle leggi regolatrici della storia e del crollo del capitalismo, con l’avvento della società senza classi, economicamente pianificata, malgrado la rivendicazione di Marx del carattere storico della realtà e della verità. Un anacronismo, dal momento che il Novecento ha fatto tramontare qualsiasi volontà assoluta ed immutabile e, quindi, anche quella del socialismo reale, ultimo episodio del “tramonto degli dèi” della tradizione dell’Occidente. E lo stesso cristianesimo, al pari di tutte le grandi forme assolute della nostra tradizione, sta subendo il medesimo destino.
Il capitalismo ha una tenuta maggiore in confronto al socialismo reale, posto che la sua logica è quella della scienza moderna e non quella della tradizione filosofica. Esso lascia muovere ed agire gli egoismi, non impone una morale, contrariamente a quanto ha fatto il marxismo. Ma non è da escludere che il capitalismo, pur spingendo gli antichi dèi al tramonto, ne conservi lo spirito e si prepari a seguirne la sorte.

La civiltà occidentale si allontana dal suo passato, in cui la vita umana è guidata dalla sapienza filosofico-metafisico-teologica. E la “ragione” è personificata dalla scienza, anima della civiltà della tecnica, e non più dalla sapienza. Tuttavia, è da sottolineare che i valori della tradizione occidentale sono stati considerati come salvezza dall’imprevedibilità e dall’angoscia del divenire. Il fluire del mondo, secondo la tradizione occidentale, si produce entro un’unica struttura immutabile che fissa le inalterabili leggi naturali ed umane: le leggi fisiche, giuridiche, morali, economiche ed estetiche, in cui si riflette la struttura immutabile che avvolge il tutto, cioè Dio. Pure il cristianesimo ha assegnato alle sue leggi sovrannaturali il carattere di immutabilità e di fermezza, proprio del pensiero greco. Se firmamento vuol dire “ciò che è fermamente”, allora l’ordine in cui quelle leggi sono unite a Dio è il Firmamento divino; e firmamento dei firmamenti è la fermezza della conoscenza, ovverosia la verità, in cui si può illuminare ogni firmamento. Ma – come accennato – è, ormai, in atto quel processo che porta dalla filosofia alla scienza, dal Firmamento alla distruzione dei Firmamenti, che porta, in altre parole, tanto alla negazione di ogni verità assoluta, quanto alla sua subordinazione rispetto all’efficienza e alla potenza degli apparati tecnico-scientifici, il cui gestore è attualmente il capitalismo.
Tuttavia, la storia dell’Occidente è una crisi costante di autorità: dell’impero romano, del feudalesimo, della Chiesa, dell’assolutismo politico, dello Stato borghese, della famiglia, del maschio, delle istituzioni che hanno inteso salvaguardare e difendere i valori della tradizione. Ma le grandi forze della tradizione dell’Occidente – cristianesimo, marxismo, capitalismo – tendono a servirsi, per la realizzazione dei loro scopi, degli strumenti offerti dalla scienza e dalla tecnica, ovverosia di ciò che viene definito “apparato”; anche quest’ultimo ha un proprio scopo: l’aumento indefinito della propria capacità di realizzare scopi. Tali forze tendono a subordinare l’apparato ai loro scopi, mentre l’apparato tende a subordinare quelle forze al suo scopo. È la contraddizione tipica della nostra epoca; e due dimensioni trascinano il pianeta in direzioni contrarie: quella della tradizione e quella dell’apparato. Uno dei piatti della bilancia, su cui esse si trovano, pende vistosamente, ed è il piatto dell’apparato, cioè della tecnica, rispetto a quello della metafisica.
La tecnica, in virtù della sua capacità di manipolazione e di dominio sulle cose, offre, all’uomo, un riparo ed una difesa di fronte all’angoscia che sale allo spalancarsi del nulla, del venire e del tornare nel nulla, degli enti. E la dominazione pervasiva della tecnica nella contemporaneità consegue dall’opzione per il divenire compiuta dall’Occidente, divenire inteso quale dimensione visibile dell’apparire dal nulla delle cose, degli enti, degli “essenti” e del loro ritornare al nulla, dopo essersi provvisoriamente trattenute nell’essere. 

Gli in Equilibri della nostra epoca

È in questa scelta originaria per il divenire che si vedono inscritti gli esisti nichilistici dell’intero pensiero metafisico occidentale, in allontanamento dalla dottrina parmenidea, secondo cui solo l’essere è, solo l’essere può essere definito e pensato. Considerando le cose come un emergere ed uno sprofondare nel nulla, si ritiene che le cose sono nulla, che l’essere è nulla; e davanti all’angoscia che ne deriva, la tecnica dovrebbe costituirne il rimedio. Il suo sviluppo è tale che le forze politiche, giuridiche, economiche, etico-religiose che si propongono di assumerla come semplice mezzo per la realizzazione dei loro scopi, si ritrovano esse stesse subordinate alla tecnica che da mezzo diventa, appunto, il loro scopo. Ma la tecnica riuscirà ad avere davvero l’ultima parola? O potrà maturare il tempo di un pensiero che guardi il senso della verità come uno spiraglio, oltre la “bilancia” e oltre l’angoscia, nell’immutabilità e, anche, trascendenza di una verità che sia luce “eterna” per l’apparire di tutte le cose?