Giuseppe Insalaco, il sindaco dei 100 giorni

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Rubrica Storie di Mafie

Tra il 1979 ed il 1980, a Palermo sono anni feroci, il terrorismo rosso uccide 52 persone, e, sono poliziotti e carabinieri, giornalisti e magistrati.

Siamo nella Palermo degli anni ’80, certamente il periodo più interessante per comprendere le stragi di mafia del 1992 . In quegli anni Palermo era già irriconoscibile, piazze, giardini e ville Liberty avevano lasciato spazio a palazzoni costruiti da locali imprenditori che ottenevano una licenza nel tempo di una carta d’identità. Erano gli anni in cui a Palermo si era già conclusa la vera Trattativa, non quella tra Stato e Mafia, mai provata, ma quella tra Mafia e Città. Una trattativa che già si intravedeva a partire dalla seconda metà degli anni ’70 e che aveva per protagonisti i dirigenti comunali, numerosi politici palermitani.

Mentre, a livello nazionale, quello che fu chiamato il periodo dei notabili siciliani, lasciava il posto ad una nuova generazione, quella dei «giovani turchi» che si riconoscevano nella segreteria di Amintore Fanfani, primi fra tutti Giovanni Gioia e Salvo Lima. Fu una vera e propria forma di rottamazione dal capoluogo siciliano ai massimi vertici di Ministeri e Parlamento. Ma nel passaggio dalla generazione di Restivo a quella di Gioia e Lima cambiano i rapporti con gli uomini di Cosa nostra. Se fino ad allora i “notabili” avevano avuto cura affinché  i mafiosi sedessero dall’altra parte del tavolo, con l’avvento dei fanfaniani, uomini nuovi senza carisma, tutto cambiò. L’intimità con i mafiosi diventò normale. Si accorciano le distanze e ci si siede a tavola dalla stessa parte. È la mafia ad entrare in politica. Su tutti regna indisturbato da un decennio, sopra ogni altra istituzione, incluso il Sindaco, Vito Ciancimino, appartenente alla corrente Fanfaniana/Andreottiana.

Giovanni Falcone in un indimenticabile convegno alle soglie degli anni Novanta affermò: “Gli omicidi Insalaco e Parisi (imprenditore ucciso il 23 febbraio ’85, ndrcostituiscono l’eloquente conferma che gli antichi ibridi connubi fra la criminalita’ mafiosa e occulti centri di potere costituiscono tuttora nodi irrisolti con la conseguenza che, fino a quando non sarà fatta piena luce su moventi e mandanti dei nuovi come dei vecchi omicidi eccellenti, non si potranno fare molti passi avanti”

Giuseppe Insalaco inizia la sua carriera al Gabinetto del Ministro Restivo, contrapposto a Fanfani, seguendolo ed affiancandolo in qualità di segretario, in ogni dicastero. Le sue nozze, nel 1969, sono l’occasione per radunare tanta gente importante intorno, di fatto lo lanciano alla carriera politica ed alla più ricca mondanità palermitana. Durante il lavoro di segretariato al Gabinetto del Ministro Restivo, Insalaco, matura come tanti altri la necessità di allontanarsi da una politica sporca ed intrisa di favori alla mafia, che non cercava neppure di nascondersi, come quella di Vito Ciancimino. Nel 1976 Restivo viene a mancare, ed Insalaco, cambia corrente, passando a quella fanfaniana.

Dagli archivi salta fuori che nel novembre del 1979 , Insalaco, allora Commissario dell’ente Istituto Sordomuti, nella sua qualità di referente pubblico, durante la vendita di un terreno appartenente all’ente, riceve un doppio pagamento, due assegni, il primo da 100 milioni entra nelle casse dell’Istituto Sordomuti, il secondo assegno, da 66 milioni va alla sua seconda compagna. Questo dossier appare nelle cronache, con minuziosi dettagli, nel 1984, quando Giuseppe Insalaco stava per divenire sindaco, probabilmente, per intimorirlo ed assoggettarlo a quanto la mafia aveva sinora operato. Nonostante tale avversità, Insalaco diviene Sindaco, il 13 aprile 1984, ma la sua carriera come primo cittadino dura solo 100 giorni, scandali derivanti da processi penali per omissione atti d’ufficio e corruzione, ostruzionismi, ne impediscono la durata naturale.

Molti i sindaci che nel capoluogo siciliano negli anni ’80 hanno avuto un brevissimo mandato. Ma nessuno di essi, ad eccezione di Giuseppe Insalaco e Salvo Lima, finiscono ammazzati in agguati mafiosi. Gli ingenti appalti che transitavano ordinariamente sulla scrivania di Insalaco, la mancata firma sui mandati di pagamento da egli volontariamente omessa, creano quelle condizioni di vendetta che la mafia sanguinaria, già in mano ai Corleoneosi, non perdona. L’inchiesta giudiziaria sui grandi appalti di Palermo è alla fase finale nel 1988. Il consigliere istruttore Marcantonio Motisi ha rinviato a giudizio il conte Arturo Cassina. Ma è da qui che i padrini iniziano a temere le azioni di una procura coordinata.

E nel 1988 chiamato dalla Commissione Parlamentare Antimafia per comprendere fatti di cronaca legati all’organizzazione criminale siciliana, si esprime in questi termini:  «Mi facevano trovare ogni mattina i mandati di pagamento sulla scrivania — spiegò Insalaco alla Commissione antimafia — confusi insieme alla posta ordinaria. Speravano che non me ne accorgessi, che firmassi quelle delibere insieme alle ricevute. Ogni delibera valeva decine di miliardi».

Giuseppe Insalaco ha lasciato un lungo memoriale nel 1988, un vero e proprio Dossier, il Dossier Insalaco, che gli è costato la vita, una lista di nomi divisa in due colonne, i due volti di Palermo. Da una parte il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il presidente della Regione Piersanti Mattarella, il cardinale Salvatore Pappalardo, Pio La Torre, il giudice Cesare Terranova.

E dall’altra Vito Ciancimino e Salvo Lima, il ministro repubblicano Aristide Gunnella, gli esattori mafiosi di Salemi Nino e Ignazio Salvo e infine il conte Arturo Cassina, il “re” degli appalti a Palermo per oltre mezzo secolo.

Erano gli anni in cui Leonardo Sciascia, noto scrittore contemporaneo, descrisse, infine, la sua morte come il culmine di un «dramma in tre atti», il cui protagonista era un democristiano di lungo corso, «pirandellianamente calatosi nel piacere dell’onestà» e che per questo era stato punito, oppure, come altri sostengono «un uomo che apparteneva alla zona grigia, la terra di nessuno, o di molti, che sta tra la mafia e la società onesta», per via degli incarichi delicati attribuiti egli al Viminale.

Riceviamo e pubblichiamo

Francesca Toto
Direttore Centro Studi Imposimato