Gianmarco Saurino e Francesco Montanari si confessano a L’Ortica

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di Giovanni Zucconi

Gianmarco Saurino e Francesco Montanari sono gli attori che non ti aspetti.L’approccio che hanno nei confronti della loro professione è talmente disincantato, che ho dovuto saltare molte delle domande che mi ero preparato per la loro intervista. Non è che tutti quelli che ho incontrato si erano messi su di un piedistallo, ma era evidente che tutti si sentivano a loro agio su temi come il divismo, o sul privilegio di calcare un palcoscenico. La mia prima esperienza con Saurino e Montanari, a teatro, è stata con la rappresentazione di “Perché leggere i Classici”, di Italo Calvino, al teatro Vittoria di Roma. Un’opera che evoca, fin dal titolo, uno dei lavori più significativi, e meno leggeri, del grande scrittore italiano.

Quindi mi sono stupito quando mia figlia Serena, che non ha mai letto fino in fondo un solo libro in tutta la sua vita, un giorno mi ha chiesto di prenotare due biglietti per andare ad assistere a questa rappresentazione. Stupito, ma orgoglioso, gli ho risposto: “Serena, al Vittoria andrà in scena “Perché leggere i Classici”. A me fa piacere che tu voglia andare a vedere un’opera così impegnativa. Ma ti ricordo che tu non ha mai letto un libro in vita tua.”. “Lo so papà. Ma ci recita Giammarco Saurino…”.

Ho raccontato questo aneddoto, perché è stato anche l’incipit della mia intervista a Saurino e Montanari. E poi perché, oltre ad avere divertito Saurino, può essere considerato come un’involontaria chiave di lettura di tutta l’intervista, e della concezione di teatro dei due grandi attori. Per abitudine non inserisco mai nelle mie interviste il palma res delle carriere. E non lo farò neanche stavolta. Ma vi assicuro che, pur con la loro giovane età, hanno potuto esprimere il loro grande talento in molte occasioni. Sia in teatro che in televisione.

 

Ma iniziamo con l’intervista doppia.

Perché ho iniziato l’intervista con questa storiella? Per introdurre un tema per nulla originale, ma che mi piace sempre trattare con chi intervisto. Purtroppo i giovani non vanno a teatro. C’è qualcuno che sta sbagliando qualcosa, o ci dobbiamo rassegnare?

(Saurino) “Io mi sento di fare parte di quei giovani. Di quella generazione che non va a teatro. Noi siamo cresciuti con la scuola che ci portava a teatro a vedere degli spettacoli orribili. E siamo cresciuti con l’idea che il teatro fosse una roba che riguardava solo gli intellettuali. E che quindi fosse una roba di nicchia. Io invece sono dell’idea che il lavoro dell’Attore, e di conseguenza del Teatro, è qualcosa di profondamente artigianale. Non c’è bisogno di capire nulla. Non c’è niente di trascendentale da capire. Semplicemente c’è qualcuno che racconta una storia, e c’è qualcuno che l’ascolta. Se tra i due si crea un’empatia, lo spettacolo funziona. Se non accade, la gente si allontana e non ritorna. Quindi io sono molto contento che sua figlia, magari conoscendomi tramite una fiction della RAI, abbia trovato in me un motivo per venire a teatro. Per vedere uno spettacolo che non avrebbe mai visto.

Quindi, quello che dobbiamo fare noi attori, è cercare di creare un’affezione nel pubblico. Con ogni mezzo. Anche mediante le serie televisive. Che ovviamente hanno un linguaggio molto più colloquiale, molto più “spicciolo” rispetto al linguaggio teatrale. E cercare di portarli a teatro. Perché poi quando vengono a teatro gli piacerà. Se il lavoro funziona, gli piacerà. E quindi torneranno di nuovo.”

Lei Montanari è d’accordo?

“Si. Gianmarco ha centrato il nocciolo del problema. Conta molto cosa ti insegnano da adolescenti. Se poi aggiungiamo che viviamo in un’epoca dove la fruizione dell’intrattenimento è talmente accessibile, e si ha talmente tanto a disposizione da vedere, che il teatro non è proprio preso in considerazione come possibilità di passare una serata. Poi sono d’ accordo con Gianmarco. A 16 anni quando magari hai il primo rapporto con il teatro, spesso ci vai perché così non vai a scuola. Ti annoi pesantemente, non perché il testo sia brutto, ma perché non ti hanno preparato per quel tipo di rappresentazione. Allora ci metti una croce sopra, e dici basta.”

Il fatto che tutte e due avete fatto dei videoclip musicali è un caso?

(Montanari) “Non saprei cosa rispondere. Probabilmente è un fatto generazionale. Ma la cosa che mi preme sottolineare è che noi due cerchiamo di ridefinire il ruolo dell’attore.

Oggi non è più l’epoca del divo. Il divo non esiste più. Io dico sempre che l’attore è una persona come te. Semplicemente che, attraverso il nostro mestiere, con la nostra artigianalità, come dice Giammarco, trattiamo emozioni e rappresentiamo l’interiorità. Ti mettiamo a disposizione il nostro cuore. Questo vuole dire che più persone coinvolgiamo, e meglio è. Per questo è bene che un attore partecipi ad un videoclip di un cantate famoso, che può raggiungere milioni di persone.”

Io vi avrei chiesto se poteva esistere l’essere attore senza il divismo…

“Oggi sarebbe fallimentare. Noi, in Italia non abbiamo più neanche una vera star system. La notte degli Oscar sono seguiti da milioni di persone. I David di Donatello non se li fila nessuno. Questo perché anche il cinema italiano ha avuto gli stessi problemi del teatro italiano. Cioè ha allontanato il pubblico.”

Quindi uno può essere attore come potrebbe essere un ingegnere o un architetto

(Saurino) “Si. È un lavoro come gli altri. Ne sono straconvinto. Io vengo da una famiglia che non c’entra nulla con il modo dello spettacolo. Mio padre faceva il ferroviere, e mi ha trasmesso la sua concezione del lavoro. Inteso come “esco di casa e vado a lavorare”. Io quando esco dal teatro ho proprio questa sensazione di essermi guadagnano la pagnotta, come dice mio padre. Il pane da portare a casa. Per me questo è il senso del nostro lavoro. Che è pratico. Non c’è nulla di intellettuale. E aggiungo che non lo identifico con me. Io sono stracontento che la gente possa venire a teatro per farsi una foto con me. Perché manifestano un’affezione per il lavoro che faccio. Ma non nei miei confronti. Non per un canone estetico. Ma perché gli piace il lavoro che faccio. E quindi sono contento il doppio.”

Ma continuate ad essere attori anche fuori? Siete attori anche nei rapporti con le persone?

(Montanari) “No, siamo persone come tutti.”

(Saurino) “Ci sono due teorie su questo. Una porta ad affermare che io non faccio l’attore, ma io SONO un attore. Nel senso che tutto quello che faccio nella vita di tutti i giorni spesso è indirizzato verso questo mestiere. Ma io spero di essere prima di tutto una persona. Preferisco che si dica di me che sono una bella persona. E solo dopo che si dica che sono un bravo attore.”

Quindi non eserciti la tua professione anche fuori del teatro

(Saurino) “No, perché io sono anche un pessimo bugiardo. Io funziono benissimo se mi metto una maschera. Senza maschera sono un cane.”

Quale è stato il più bel riconoscimento professionale che avete ricevuto? Non parlo dei premi. Magari la prima volta che vi hanno riconosciuto al mercato…

(Montanari) “Io ricordo ancora la prima volta che sono stato riconosciuto. Stavano ancora trasmettendo “Romanzo criminale”. Ricordo che era un Capodanno. Ero al supermercato con mio fratello. E c’era questo signore che continuava a guardarmi. A un certo punto mi fa “…ma tu sei quello?…”. Io mi sono vergognato tantissimo. Mio fratello se ne è andato con il carrello scoppiando a ridere.“

(Saurino) “Per me invece il più bel riconoscimento è venuto da un classico oste romano. Quando andai nella sua trattoria la prima volta, lui mi riconobbe e mi fece un mare di complimenti. Mi disse: “Io lavoro tutti i giorni. A pranzo e a cena. La domenica sera è l’unico mio momento libero. Quando torno a casa voglio vedere una cosa che mi faccia stare bene. E tu mi fai fare due risate, e mi fai stare bene. Quindi grazie.”

L’opera che portate oggi in scena è sostanzialmente sull’importanza di leggere. Che siano dei classici o meno. Un libro può veramente cambiare la vita? E se sì, quale libro ha cambiato la vostra?

(Saurino) “Secondo me sì. Per me è stato “Chiedi alla polvere” di John Fante.”

(Montanari) “Per me è stato “Pastorale americana” di Philip Roth. È un libro che leggo ciclicamente, perché ho un rapporto competitivo con mio fratello più grande. Come succede a tutti i fratelli. In quel libro ho trovato molte risposte su come veramente approcciarmi a mio fratello. Quindi un libro, anche se non ti cambia la vita, almeno può aiutarti.”

Il nostro settimanale è distribuito soprattutto nel litorale nord di Roma e Lago di Bracciano. Avete qualche ricordo di questi luoghi?

(Saurino) “E’ una zona che conosco veramente poco.”

(Montanari) “I miei hanno una casa a Santa Severa, e ho passato molte estati su quelle spiagge”.

Quale è il vostro sogno nel cassetto, da punto di vista professionale?

(Saurino) “Quando mi fanno questa domanda vado in crisi totale. Però cito sempre il discorso di Matthew McConaughey quando prese l’Oscar. Un suo caro amico va da lui nel momento che aveva fatto il botto a Hollywood, un po’ di anni fa. Lui aveva iniziato con le commedie romantiche. Gli chiese “Sei felice adesso? Sei l’eroe di te stesso?”. E lui risponde: “Vieni a chiedermelo tra 10 anni.”. Dopo 10 anni questo amico ritorna da lui e gli dice: “Hai vinto un Oscar, e sei un attore impegnato. Adesso sei l’eroe di te stesso?”: Lui risponde: “No, non sarò mai l’eroe di me stesso. Perché quando avrò raggiunto un desiderio, ne avrò subito un altro.”. Quindi anche io le rispondo: “Chiedimelo tra 10 anni” (ride). Quello che ti dico adesso, tra 10 anni non varrà più nulla. Devi sempre essere vivo, e in movimento. Non è detto che poi raggiungi la vetta, ma almeno ci hai provato.”

(Montanari) “Io vorrei solo interpretare San Tommaso d’Aquino.”