Freud e la patologizzazione della vita quotidiana

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Freud

Paura e angoscia, egoismo ed egocentrismo, sentimento e felicità nella prospettiva della società attuale

di Antonio Calicchio

Tra il 1901 e il 1924, Freud ha dato alle stampe diverse edizioni dell’opera Psicopatologia della vita quotidiana con cui ha descritto e analizzato uno degli itinerari – più celebri – per raggiungere l’inconscio, ovverosia l’interpretazione dei lapsus, delle dimenticanze, delle sviste, di tutte quelle disattenzioni apparentemente irrilevanti nell’ambito della vita quotidiana, che, però, tradiscono la presenza e la pressione di impulsi inconsci.

Nella società odierna, invece, la psicopatologizzazione di tutte quelle esperienze umane considerate, fino ad ieri, “normali”, soddisfa l’unica esigenza di omologare le persone, tanto nel loro modo di pensare, quanto, innanzitutto, nel loro modo di “sentire”: ed infatti, se un bimbo è vivace, allora viene classificato come iperattivo, se uno studente ha studiato, nel corso dell’anno, in media, un’ora al giorno, allora è considerato stressato, se un lavoratore viene collocato in cassaintegrazione o licenziato, allora si dice avere bisogno di una assistenza psicologica, per impedire tragedie familiari, anziché – più semplicemente – di un nuovo posto di lavoro. Perché il costante ricorso a termini come “sindrome da ansia generalizzata”, per indicare un individuo preoccupato, “ansia sociale”, per dire che una persona è timida, “fobia sociale”, per un soggetto molto riservato? E il “trauma” è ritenuto non più una reazione ad un accadimento doloroso, bensì la causa di un disadattamento alla vita tale da condizionarla per l’intero suo corso. E qual è lo scopo di una simile irruzione della psicopatologia nel contesto della vita quotidiana se non quello di generare, in noi, un senso di gracilità ed una necessità di protezione o, persino, di cura?

Di qui, la paura, che rappresenta un elemento di difesa, a fronte di un pericolo determinato, ponendo in essere strategie di fuga o di attacco. L’angoscia, per contro, è un sentimento che scaturisce dalla indeterminatezza di una minaccia non identificata, né identificabile, non localizzata, né localizzabile, non prevista, né prevedibile, ma vissuta come certa, vale a dire come qualcosa che si verificherà. Dall’angoscia nessuno può tutelarsi, perché dilaga e, come nei deliri paranoici, si diffonde su tutte le cose, che divengono drammaticamente sospette, facendo incrementare la soglia di attenzione umana. Tanto che il luogo pubblico, che costituisce il luogo della socializzazione, si converte in luogo di pericolo, laddove il privato (la famiglia) diviene il luogo della sicurezza: in casa ci si fida, mentre fuori si diffida. E così, il sociale crolla e, unitamente ad esso, parte della essenza umana che i Greci avevano identificato quando qualificavano l’uomo “animale sociale”. Se non si controlla l’angoscia, allora si sviluppano egocentrismo, solitudine, sospetto, a discapito del sentimento e della felicità.

Tuttavia, giova distinguere l’egocentrismo dall’egoismo. Orbene, va rilevato, al riguardo, che una punta di egoismo si mostra naturale ai fini della sopravvivenza, come naturale è che essa deve essere contenuta, altrimenti diviene non solo distruttiva, ma anche autodistruttiva. Da ciò deriva che non è l’egoismo ad inquinare l’esistenza, ma è l’egocentrismo. Ed infatti, l’egocentrico pensa che i suoi problemi – come il lavoro, la situazione familiare, ecc. – siano, in assoluto, i più importanti, anzi, gli unici davvero importanti, e ritiene che pure l’altro debba incaricarsi dei suoi bisogni, dei suoi desideri, poiché le sue pene sono esistenzialmente più gravi e la sua sensibilità più fragile di quella altrui.

Per quanto attiene al sentimento, è da sottolineare che esso non è languore, non è malinconia, né struggimento dell’animo e, tantomeno, abbandono desolato. Il sentimento è, invece, forza, cioè quella forza che si attribuisce al fondo di ogni scelta, quando, dopo aver esaminato il pro e il contro che la “ragione” articola, si decide; così come la felicità, che è accessibile a ciascun essere umano, al di là della sua condizione economica, sociale, culturale o di salute, giacché essa dipende non tanto dal piacere, dall’amore, dalla stima o dall’apprezzamento da parte dell’altro, quanto, piuttosto, dall’accettazione di sé. La felicità si conquista conformandosi alla c.d. giusta misura, che gli antichi Greci conoscevano già, in quanto si reputavano mortali, mentre i Cristiani conoscono meno, in quanto titolari e portatori di una cultura che non si esaurisce nella felicità sic et simpliciter, propendendo essa, invece, nella direzione della felicità eterna, condizione, questa, che non si confà a coloro che abitano un destino mortale.