DROGATI DIGITALI NELLE MANI DEI “DRAGHI” DEL METAVERSO

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IL 70% DELLA POPOLAZIONE DIGITALIZZATA SOFFRE DI DIPENDENZA DA SMARTPHONE E CELLULARE: LA PANACEA PER SPREGIUDICATE MULTINAZIONALI E GOVERNANTI DELLA RESILIENZA ASSISTITA.

di Maurizio Martucci

Genitori consapevoli a dir poco preoccupati, alla faccia dei tecno-ottimisti e di chi nega gli effetti collaterali. Perché oggi siamo ai drogati di cellulare, Smartphone e devices nell’Era dell’iperconnessione permanente. La nuova droga digitale, o meglio la più grande dipendenza non da droghe del 21° secolo, è una vera e propria malattia non ancora riconosciuta dal sistema sanitario nazionale.

Accelerata da messaggistica compulsiva, Web 2.0, lockdown e distanziamenti sociali, l’ansia di non essere online e la paura di non farsi trovare raggiungibili viene codificata per la prima volta nel 2008 da uno studio scientifico commissionato dal governo britannico: NO Mobile Phone PhoBIA, ovvero Nomofobia, ansia, alterazioni respiratorie, tremori, sudorazione, agitazione, disorientamento e tachicardia: il 53% dei britannici mostravano elevati livelli di apprensione quando “perdevano i propri cellulari, si scaricavano e spegnevano, rimanevano senza credito o non avevano alcuna copertura del segnale.”

Secondo uno studio italiano la dipendenza da cellulare arriverebbe fino al 70% della popolazione digitalizzata, un’emergenza mondiale dalle proporzioni inquietanti, soprattutto nella fascia 18-25 anni, i nativi digitali, quei giovani adulti con bassa autostima e problemi socio-relazioni accentuati dalle fobie nel e post-Covid-19: “I nostri risultati – sull’incubo dei teenager afferma una ricerca asiatica – indicano che l’epidemia ha avuto un forte impatto sull’uso massiccio del telefono cellulare e sul benessere psicosociale degli studenti nei sentimenti di isolamento sociale”. Non solo i nomofobici, perché ci sono anche gli hikikomori, dal giapponese stare in disparte, staccarsi, ritirarsi o chiudersi, cioè vivere isolati da se stessi nella sindrome destinata a cronicizzarsi per quanti preferiscono abdicare alla vita reale scappando fisicamente dalla società, dai legami socio-relazionali come persino dalla luce solare, finendo così nel tunnel del confinamento, pure tecnologico, anche qui target giovani, dai 14 ai 30 anni.

“Sono un ragazzo di 16 anni e da circa un anno ho scoperto di rientrare nella categoria hikikomori – si legge nelle testimonianze dell’associazione Hikikomori Italia, stimati in 100mila quanti soffrirebbero dell’agorafobia nel Bel Paese, aumentati nell’emergenza virus – scrivo a voi anche perché ho bisogno di riprendere in mano il controllo della mia vita.” E ancora: “Pochi giorni fa ho chattato con un mio amico di scuola, il mio migliore amico, mi ha chiesto di uscire insieme. Io non gli ho risposto perché la paura era troppo grande, questo perché soffro di ansia sociale.”

Il caso più estremo a Torino: un 19enne ‘autoescluso’ spalanca la finestra e si getta dal quinto piano di un palazzo nel quartiere Mirafiori, la mamma gli aveva tolto il computer e così nel Giappone dell’hi-tech, dove le morti solitarie sono frequenti. Si parte dall’hikikomori per arrivati al kodokushi, persone che scelgono di morire da sole nei propri appartamenti perché prive del desiderio di comunicare e socializzare, più o meno come in Blue Whale Challenge, altro effetto collaterale dei social network che punta all’autolesionismo e al suicidio. E allora? Chi permette questi abomini? Chi li incoraggia? Tutto questo disprezzo della vita, di chi la colpa? Quale responsabilità per la società digitale e le politiche per la digitalizzazione sempre più pervadenti e totalitarie?

Sarebbe da chiederlo a Mario Draghi e Vittorio Colao, freschi dell’accordo con Mark Elliot Zuckerberg per immergere gli italiani nel Metaverso, dentro l’Internet liquido del futuro: cosa succederà quando lavoro e scuola finiranno nell’immersività totale degli avatar della realtà virtuale con ologrammi, realtà aumentata e Intelligenza artificiale? Cosa succederà nel prossimo futuro ‘a tutto 5G’ quando saremo costretti a spogliarci dell’esistenza per tramutarci in automatismi robotici se già sappiamo delle estremizzazioni di video game, computer, 3G e 4G, partiti dai nerd per sprofondare delittuosamente in nomofobia e hikikomori?

Sottostimate e sviate, le infauste premesse ci sono già, inquietanti e chiare: giovani ancora più fragili, depressi, vulnerabili e isolati. In una parola sola, manovrabili, la panacea per spregiudicate multinazionali e governanti della resilienza assistita.