Lettera aperta ai rappresentanti delle istituzioni, ai politici di ogni partito, agli amministratori regionali e locali, alle associazioni e a tutti i cittadini che vorranno ascoltare.
“Ognuno di noi è il minimo comune multiplo della disabilità.”
Non è solo una frase,ma una realtà che ci riguarda tutti che misura il grado di civiltà delle nostre comunità.
Scrivo questa lettera aperta come madre,come caregiver familiare e come cittadina, ma soprattutto a nome di tutte quelle famiglie che ogni giorno tengono in piedi da sole un sistema che, senza di noi, semplicemente crollerebbe.
Oggi vogliamo accendere i riflettori su un tema concreto e urgente: l’avviso pubblico denominato “Buoniperlanonautosufficienza”.Una misura che prevede un pacchetto di 12 voucher da 700 euro ciascuno e che, da quest’anno, introduce un meccanismo di rimborso semestrale.
Questo significa, nella pratica, chiedere a migliaia di famiglie di anticipare circa 4.200 euro, oltre eventuali contributi. Una richiesta che, per molte realtà, è semplicemente insostenibile.
Una misura che dovrebbe integrare i servizi e sostenere le fragilità, così concepita finisce invece per limitarne fortemente la fruizione. Perché non tiene conto della vita reale delle famiglie. Non tiene conto di chi vive già in condizioni economiche difficili, spesso con un solo reddito non per scelta ma per necessità. Non tiene conto di chi non ha margini, non ha risparmi, non ha la possibilità concreta di anticipare somme così importanti.
E così, quello che sulla carta è un sostegno,nella realtà rischia di trasformarsi in una barriera: accede chi può anticipare, resta escluso chi ne avrebbe più bisogno.
È qui che emerge una contraddizione profonda: una misura pensata per aiutare le fragilità finisce per selezionarle. Non le include, le filtra.
E c’è un’altra narrazione che andrebbe smontata con coraggio:quella di una disabilità raccontata solo attraverso immagini rassicuranti, simboliche, emotivamente belle, ma lontanissime dalla realtà quotidiana delle famiglie.
L’integrazione non è quella che si vede nei grandi eventi o sui palchi. Non è il momento emozionante che dura pochi minuti. Può essere bello,importante sul piano simbolico,ma non ha nulla a che vedere con l’assistenza reale, con i diritti esigibili, con i servizi che mancano, con la fatica quotidiana delle famiglie.
La realtà è fatta di terapie da organizzare, di risposte che non arrivano,di sostegni insufficienti, di equilibrio economico fragile, di solitudine.
Per questo chiediamo una riflessione seria e urgente.
Chiediamo che le misure vengano costruite partendo dalla vita reale delle persone. Chiediamo strumenti accessibili, non teorici.
Chiediamo sostegni che arrivino davvero,non vincolati a condizioni insostenibili.
Perché finché questa distanza tra ciò che viene raccontato e ciò che viene vissuto non verrà riconosciuta e affrontata, continueremo a essere soli.
E finché continueremo a essere soli, continuerà questa enorme ingiustizia.
Una madre, caregiver familiare e cittadina.


































































