Dall’uovo alle mele

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Ercolano racconta l’arte di vivere a Castel Sant’Angelo, Roma.

 

Un pane carbonizzato duemila anni fa, stoviglie, utensili, alimenti e oggetti della vita quotidiana. Nelle sale della Mole Adriana, Ercolano torna a raccontare non la propria morte, ma la vita interrotta in un giorno dell’anno 79 d.C.

Ab ovo usquead mala, dall’uovo alle mele. Così Orazio descriveva, con un’espressione destinata a diventare proverbiale, l’intero svolgimento di un pasto: dall’inizio, quando sulla tavola potevano comparire le uova, fino alla frutta che lo concludeva.

È proprio da questa espressione che prendeva il titolo Dall’uovo alle mele. La civiltà del cibo e i piaceri della tavola, la mostra organizzata dal Parco Archeologico di Ercolano e ospitata inizialmente nelle sale settecentesche di Villa Campolieto. Un’esposizione costruita intorno a una delle caratteristiche che rendono Ercolano un sito archeologico senza confronti: l’eccezionale conservazione dei materiali organici:pane, cereali, legumi, frutta, uova, formaggi e frutti di mare, carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio, sono sopravvissuti per quasi duemila anni insieme a pentole, vasellame e utensili.

Dal luglio 2026 quel racconto è arrivato a Roma e ha assunto una dimensione ancora più ampia. A Castel Sant’Angelo, infatti, l’esperienza di “Dall’uovo alle mele” è diventata Ercolano. L’arte di vivere: sette sezioni e oltre settanta reperti, molti dei quali conservati fino ad oggi nei depositi del Parco Archeologico e raramente esposti al pubblico.

 

Quando pensiamo a Ercolano, il pensiero corre inevitabilmente al Vesuvio,all’eruzione, alla nube incandescente, alle case sepolte e a una città improvvisamente cancellata.

La mostra compie invece un’operazione diversa e, per certi aspetti, più affascinante: sposta lo sguardo dalla morte alla vita. Prima di essere una città distrutta dal Vesuvio, Ercolano era ovviamentuna città abitata:nelle sue strade si comprava, si vendeva. E si cucinava. È questa, forse, la forza maggiore dell’archeologia vesuviana: restituirci l’antichità nella sua dimensione più familiare.

 

Tra i reperti più suggestivi esposti a Castel Sant’Angelo c’è qualcosa di apparentemente banale: un panesfornato quasi duemila anni fa. Qualcuno avrebbe dovuto mangiarlo,l’eruzione lo trasformò invece in un reperto archeologico, carbonizzandolo e conservandone la forma fino ai nostri giorni.

Pochi oggetti riescono a ridurre così direttamente la distanza fra noi e gli antichi: di fronte a una statua o a un’iscrizione percepiamo immediatamente di trovarci davanti a qualcosa che appartiene a un’altra epoca. Davanti a una pagnotta, invece, il meccanismo è diverso: immaginiamo il profumo, la consistenza, il gesto necessario per spezzarlo e condividerlo.Mangiare era, ed è, un fatto sociale: per un romano, come per noi, mangiare non significava soltanto nutrirsi, la tavola poteva dichiarare ricchezza e posizione sociale, contribuiva a definire l’identità del padrone di casa.

La documentazione di Ercolano consente qualcosa di raro: mettere in relazione le testimonianze letterarie sulla cucina romana con gli alimenti realmente consumati. Il cibo smette così di essere soltanto una voce nelle ricette o nei testi degli autori antichi e torna ad essere materia, certo carbonizzata, fragile, annerita dal Vesuvio. Ma reale.

C’è una riflessione che questa mostra suggerisce con particolare forza: per lungo tempo l’archeologia è stata raccontata soprattutto attraverso ciò che appariva monumentale: templi, statue, mosaici, affreschi, tombe, iscrizioni. Ercolano ci ricorda invece che anche una noce, un seme, una pentola annerita dal fuoco o una pagnotta possono possedere un enorme valore storico.

Sono le piccole cose a restituirci spesso le domande più umane: che cosa mangiavano? Dove compravano il pranzo? Come cucinavano? Quali oggetti tenevano nelle loro case? Che cosa consideravano prezioso? Come accoglievano un ospite?

Domande apparentemente semplici, dietro le quali emerge un’intera società.

Forse è proprio questo il significato più profondo di quel titolo oraziano, Ab ovo usque ad mala:dall’inizio alla fine di un pasto, ma anche, in qualche modo, dall’inizio alla fine di una giornata qualunque, che gli abitanti di Ercolano avevano vissuto migliaia di volte ma che il Vesuvio quel giorno del 79d.C. interruppe per sempre permettendo, paradossalmente, che una parte di quel mondo arrivasse fino a noi.

 

Informazioni per la visita

ERCOLANO. L’ARTE DI VIVERE – Dal 22 luglio al 18 ottobre 2026

Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo – Lungotevere Castello 50, Roma

Dal martedì alla domenica, 9.00–19.30.Ultimo ingresso alle 18.30.

 

Biglietti

Intero 18 €

Ridotto (18–25 anni): 2 €

 

Claudio Tanari (Gruppo Archeologico del Territorio Cerite)