Breve cronaca della degenerazione progressiva del cosiddetto “mondo del dissenso”.
Quattro anni fa, trainato da un anno e mezzo di manifestazioni di piazza e dall’esasperazione di buona parte dei cittadini contro le misure autoritarie e restrittive per “il contenimento della pandemia” del 2020-2021, sembrava affacciarsi nella vita politica italiana un “fronte antisistema” destinato a costituire una vera e propria spina nel fianco dei partiti politici della Seconda Repubblica.
Si parlava di un potenziale bacino d’utenza del 30% tenendo conto delle statistiche che parlavano di 6,8 milioni di italiani non vaccinati e di altri che lo avevano fatto solo sotto il ricatto del green pass tra l’autunno del 2021 e l’inverno del 2022, e dal vasto malcontento personae ed economico provocato dai lockdown.
Un malessere sociale provocato dalla scoperta che in caso di proclamata emergenza anche in una democrazia liberale lo stato può disattivare completamente l’autodeterminazione delle persone sul proprio corpo e sulle proprie relazioni personali e la quasi totalità dei diritti individuali, sociali e politici, da quello al lavoro a quello alla libera circolazione.
Alcuni risultati positivi sono stati ottenuti da “Uniti per la Costituzione” alle comunali di Genova nel 2022, grazie a un approccio molto incentrato sul programma e i temi locali che cercava anche di tenere insieme il tema dei diritti individuali con quello del bene comune, e da “Resistere Veneto” alle regionali del 2024, lista che all’eredità del “dissenso” sulle restrizioni pandemiche affiancava l’attenzione ai temi dell’autonomia, del venetismo e del federalismo ormai abbandonati dalla Lega.
Per il resto, una serie di clamorosi flop elettorali dalle politiche del 2022, nelle quali il miglior risultato è stato l’1,9% della lista “Italexit” di Gianluigi Paragone, nata nel 2019 e abile nell’assorbire in quell’occasione istanze politiche anche opposte, alle diverse elezioni regionali dove i vari movimenti “sovranisti” e “del dissenso” sono al massimo riusciti a raggiungere l’uno per cento, alle elezioni europee del 2024.
Che cosa resta oggi di questo “fronte antisistema”?
Tra il 2020 e il 2022 la base di questo movimento sociale era composita.
Una parte che era molto vicina alla destra parlamentare post-missina e leghista, è ormai definitivamente rifluita dentro al “sistema” ed è oggi assorbita di fatto dalla corrente “Pillon-Vannacci” della Lega, un mix di “sovranismo” molto di facciata, tradizionalismo cattolico e “vittimismo” di destra secondo il quale il maschio bianco ed eterosessuale sarebbe “il vero discriminato” della nostra epoca storica.
Dal punto di vista della politica internazionale questa parte di società che un tempo era “dissenso” è saltata sul carro del vincitore Trump al punto di difendere la sua politica anti-immigrazione basata sui corpi speciali “Ice” che nei giorni scorsi hanno ucciso una donna, attivista e poetessa, che si trovava dentro la sua auto.
C’è stato il “dissenso sanitario” dei medici, motivato dal fatto che le “misure non funzionavano” più che istanze libertarie, che politicamente si è disperso tra lo scomparso movimento UCDL dell’avvocato Grimaldi e altre liste del dissenso. Alcuni di questi “medici dissidenti” oggi si sono trasformati in aspiranti influencer che intervengono su ogni argomento del giorno, dalla geopolitica alla legge sulla violenza sessuale. Ci sono stati poi una serie di personaggi ai limiti dell’avanspettacolo, dal Generale Pappalardo con i suoi Gilet Arancioni a Nicola Franzoni, che ogni tanto si riaffacciano sulla scena politica annunciando di aver fondato un nuovo partito e di essere pronti ad “arrestare tutti” gli esponenti della “casta”. L’ultima espressione di questa area che mischia contenuti di destra radicale e populismo post-grillino è il neonato “Azzurri Alternativa Nazionale” che citiamo per mero spirito di cronaca.
Resta una sola area dell’ex “fronte antisistema” non improvvisata, che aveva alle spalle una struttura filosofica e ideologica e che ha ancora un discreto peso mediatico: quella dei cosiddetti “rossobruni” nei quali una certa lettura del marxismo si accompagna a un conservatorismo sociale e morale vicino al tradizionalismo cattolico.
Un universo incarnato nel 2022 dalla lista Italia Sovrana e Popolare (poi oggetto di varie scissioni, oggi il gruppo principale dell’area è Democrazia Sovrana e Popolare) che ha visto tornare in campo personaggi politici fuori dal gioco da anni, dall’ex comunista Marco Rizzo all’ex Pm Ingroia, da uno dei pionieri del matrimonio tra estrema destra ed estrema sinistra come Moreno Pasquinelli, a Francesco Toscano.
L’unica area “antisistema” che esprime idee strutturate e che può contare su una vasta rete di filosofi, intellettuali dissidenti, influencer e “giornalisti indipendenti” che si autocitano a vicenda rafforzando l’idea di un consenso granitico che sembra esistere più nei social che nella realtà.
Un’area politico-culturale che ha tentato dal 2022 ad oggi una “scalata” sul malessere sociale e politico nato negli anni pandemici.
Le principali pagine di riferimento di questo che potremmo definire un “ecosistema mediatico” sono quella di Giorgio Bianchi (che in larga maggioranza è uno spazio dove circolano post e contenuti scritti da altri autori) e Termometro Geopolitico.
Dalla guerra in Ucraina in poi questa corrente politico-culturale ha cercato di cooptare tutto il “dissenso pandemico” in un fronte anti-atlantista che si propone di superare le categorie tradizionali di sinistra e destra, sostenendo che c’è un legame inestricabile tra l’uso politico del covid e il posizionamento occidentale dell’Italia. L’autoritarismo sanitario è stato interpretato come un mero strumento dell’imperialismo atlantista e la soluzione proposta è quella di un riposizionamento dell’Italia nella sfera di influenza euro-asiatica di un “mondo multipolare”.
Dal 2022 in poi quello che restava del “fronte antisistema” ha operato un riavvicinamento con l’universo politico del post-grillismo, tra i riferimenti di quest’area oggi c’è infatti uno dei più grandi sostenitori del lockdown e delle restrizioni come Marco Travaglio, e nell’autunno 2025 la stessa operazione è stata tentata con la “sinistra antagonista” sfruttando le posizioni comuni sulla questione palestinese e la vicenda politico-mediatica della Flotilla, che ha portato i “dissidenti” a condividere le piazze dell’effimero movimento Blocchiamo Tutto prima con personaggi come Giorgio Cremaschi, sindacalista e esponente di Potere al Popolo tra i maggiori sostenitori delle restrizioni sanitarie e dell’obbligo vaccinale, e poi nella grande manifestazione romana del 4 Ottobre persino con l’opposizione “di sistema”: Pd, Cgil, Avs, Movimento 5 Stelle.
Il principio guida è sempre stato “il nemico del mio nemico è mio amico” per cui l’ecosistema mediatico del “dissenso” di marca rossobruna tende a considerare di volta in volta amico tutto ciò che è avverso a un “Occidente” considerato la decadente culla dell’individualismo borghese incarnato dalla dottrina dei diritti individuali.
Passando per la psicosi diffusa in occasione della proposta di modifica della legge sulla violenza sessuale introducendo il concetto di “consenso libero e attuale” con gli intellettuali dissidenti impegnati a postare, (consapevoli immaginiamo della sua falsità) un “modulo per il consenso sessuale” che sarebbe diventato presto obbligatorio per “uccidere le relazioni” tra uomo e donna, colpire la sessualità maschile e promuovere la denatalità, arriviamo all’ultima crociata dell’ecosistema mediatico del post-dissenso: quella contro il movimento di opinione vastissimo a favore della rivolta delle donne e della popolazione iraniana.
Per l’ecosistema di intellettuali dissidenti, filosofi, influencer e giornalisti indipedenti, che si rafforzano l’uno con l’altro autocitandosi “la donna in Iran gode di libertà inimmaginabili in molti altri paesi islamici e che l’obbligo poliziesco di indossare il velo è largamente favolistico, caricaturale (basta una passeggiata nel centro di Teheran per riscontrarlo” (dalla pagina di Giorgio Bianchi, testo di Paolo di Mizio). Lo stesso autore sostiene che “vediamo la pagliuzza nell’occhio del nemico – un regime un po’ autoritario in Iran, ayatollah birichini, birichini – e non vediamo la trave nel nostro occhio, di noi che come servi al seguito dell’Impero Americano applichiamo metodi abietti come le sanzioni economiche e ci facciamo pure belli declamando: “Democrazia! Democrazia!”.
In sintesi, questi intellettuali dissidenti sostengono che si, il regime degli ayatollah ogni tanto è “birichino” ed esagera un pochino con la repressione, ma è pur sempre preferibile all’imperialismo americano e al decadente occidente minato da individualismo, femminismo (citato spesso senza sapere bene di che cosa si parla) edonismo, e via moraleggiando, per cui ancora una volta sono loro ad essere “dalla parte giusta della storia”.
Una delle argomentazioni più diffuse e ostinate è quella della scolarizzazione femminile “In Iran il 65% degli studenti universitari sono donne”.
Il 66% di loro è laureata. Il 70% ha scelto discipline STEM: scienza, tecnologia, ingegneria, matematica. Il tasso di alfabetizzazione femminile sfiora il 97%. Studiano, ricercano, innovano. Eppure, siamo noi quelli che vogliono insegnare loro cosa significhi essere libere” si legge nella pagina di Flavio Poltrone, medico che ha guadagnato un considerevole numero di followers nel periodo pandemico. “Quella che noi chiamiamo “liberazione della donna iraniana” per la donna iraniana è un’aggressione, che punta a imporle i nostri costumi per indebolirla in quanto custode e promotrice di un sistema di valori che l’Occidente vuole demolire” si legge in un post della blogger Roberta Rivolta, che in precedenza portava avanti le stesse argomentazioni sull’alta scolarizzazione delle donne iraniane come segno di emancipazione e adesione spontanea alle norme morali della legge islamica.
In questo caso la tesi è espressione di un relativismo culturale estremo che nega l’esistenza di diritti universali della persona.
Ora, se è vero che sicuramente ci sono donne istruite favorevoli al regime teocratico, d’altra parte tutti i totalitarismi religiosi e laici, compreso il comunismo sovietico, il fascismo e il nazismo, hanno avuto consenso, ci sono domande alle quali questo ecosistema culturale, politico e mediatico non risponde.
Le donne iraniane per accedere all’istruzione, all’università e alle cariche pubbliche devono o no sottostare a un rigidissimo protocollo di comportamento, di moralità e di dress code?
Esiste o no la pena di morte per adulterio? Esiste o no la pena di morte per l’omosessualità?
Esiste o no uno stato di polizia, ovvero uno stato dove è assente la certezza del diritto, nel quale l’obbligo del “velo” non sempre è fatto effettivamente rispettare, ma è usato come ricatto contro le donne e contro la dissidenza culturale e politica?
Esiste o no una “polizia morale” che persegue penalmente a sua discrezione le effusioni in pubblico (baci, abbracci, tenersi mano nella mano) persino delle coppie sposate?
Esiste o no un gravissimo malcontento per una situazione economica diventata insostenibile e l’esplosione del “carovita” solo in parte determinato da sanzioni dell’Occidente in vigore da tempo? Dopo aver concluso il ciclo universitario, quali sono le reali condizioni professionali delle donne iraniane?
L’elevato numero di donne laureate in materie Stem peraltro non è indice di emancipazione, ma eredità della lunga fase di guerra contro l’Iraq, con le donne chiamate a sostituite i maschi in guerra.
Di fronte a tutte queste obiezioni, si assiste a un sostanziale incartamento argomentativo dell’ecosistema degli intellettuali dissidenti e dei movimenti di riferimento.
È curioso che chi ha cercato consenso cavalcando le piazze contro il green pass oggi porti avanti tesi del genere: sarebbe come dire che nell’Italia del 2021 i cittadini erano liberi di studiare, lavorare, muoversi, bastava indossare la mascherina FFP2, essersi fatto almeno 3 dosi di vaccino o tamponi ogni 48 ore (almeno fino all’invenzione del “supergreenpass”) e mantenere un metro di distanza da tutti i non conviventi.
Emerge una chiara diffidenza per le libertà e i diritti individuali, in particolare per la libertà e l’emancipazione delle donne, che dovrebbero essere libere non solo di studiare, ma anche di indossare le “minigonne” o il costume da bagno, di non sottostare a nessuna regola di dress code per uscire di casa, studiare, viaggiare o lavorare, di farsi il ritocco estetico o di pubblicare su IG il selfie iper-filtrato in post-produzione, i “pericoli” che diversi di questi “intellettuali e influencer” paventano se le donne iraniane adottassero uno stile di vita “occidentale”.
Molti si improvvisano anche debunker, notando come l’immagine diventata “virale” della ragazza che si accende una sigaretta bruciando una foto di Khamenei è stata scattata in Canada nel 2022 e non in Iran oggi: peccato che molti sono gli stessi che postavano il “modulo del consenso sessuale” sostenendo che esistesse “da qualche parte in America”.
L’attenzione alla credibilità delle fonti è a senso unico.
Sulla questione iraniana, gli “intellettuali dissidenti” sono stati scaricati anche da coloro che sono stati alleati in altre battaglie specifiche, da quella contro il green pass alle piazze per Gaza: contro il regime teocratico iraniano sono schierati anche i tradizionalisti cattolici come Mario Adinolfi e Simone Pillon, la destra radicale post-fascista extraparlamentare, la “sinistra antagonista” e sindacale con la quale avevano condiviso le piazze cosiddette “propal” che condanna ogni ipotesi di intervento armato americano o israeliano, ma afferma comunque di sostenere l’opposizione “spontanea” dei movimenti delle donne iraniane.
Ma le proteste iraniane sono spontanee o sono eterodirette da Usa e Israele, come sostiene appunto l’area politico-culturale “rossobruna”?
È molto difficile avere certezze su eventi che arrivano a noi filtrati da opposte propagande, o, anche nel caso di fonti dirette, dai punti di vista personali. Anche essere stati per un periodo in Iran per turismo o lavoro non è equiparabile a viverci stabilmente.
L’impressione è che si siano saldate nelle piazze iraniane di oggi le istanze di protesta sociale ed economica con quelle libertarie del movimento “Donna Vita Libertà” nato dopo l’uccisione nel 2022 di Masha Amini da parte della polizia morale. Un evento che ha segnato una svolta irreversibile “il corpo di una giovane donna arrestata per un hijab indossato male diventa il punto di non ritorno” e “lo slogan Donna Vita Libertà esprime una consapevolezza nuova: senza libertà per le donne non esiste una vita degna, e senza vita degna non esiste una vita giusta” scrive Emilia De Rienzo. La rivoluzione del 1979, nella quale le donne erano state protagoniste, è stata scalata e “tradita” in qualche modo dagli islamisti che hanno instaurato un ordine autoritario fondato sul controllo dei corpi delle donne. E’ vero che l’Occidente può cercare per propri fini economici e geopolitici di sfruttare questi movimenti, ma appare grottesco affermare che sono totalmente eterodiretti. Il potere, come ha insegnato la filosofia femminista, passa in primo luogo dalla biopolitica, dal controllo dei corpi (delle donne in particolare) delle relazioni personali, della vita.
Non c’è libertà e dignità umana possibile se lo stato controlla i corpi, l’abbigliamento, la sessualità, le relazioni delle persone, e non c’è argomentazione geo-politica basata su ragionamenti di sottile strategia che possa dimostrare il contrario.
Caduto ogni possibile argomento razionale, sembra di trovarsi di fronte a leader e intellettuali del “dissenso” che sostengono che se Renzi, Calenda, Boldrini, Trump e altri sono dalla parte opposta rispetto al regime iraniano bisogna schierarsi strategicamente con esso, non tanto perché ne condividono i contenuti politici, ma perché considerato ultimo baluardo contro l’imperialismo americano e la decadenza morale dell’Occidente, pronto a sostituire le moschee con i centri commerciali.
Essere contrari a un regime teocratico e appoggiare le proteste delle donne e dei cittadini iraniani, secondo costoro significa posizionarsi automaticamente dalla parte dell’imperialismo americano.
Con le posizioni sulla questione iraniana questo “mondo del dissenso” che ancora vanta una discreta rilevanza social-mediatica, mai tradotta in consenso elettorale, sembra aver gettato la maschera, rivelando la strumentalità delle posizioni “libertarie” esibite nel 2021-2022, il moralismo di fondo, l’ossessione misogina e antifemminista, l’ammirazione per ogni forma di collettivismo autoritario e la profonda diffidenza per la libertà individuale. Se ci sarà mai una nuova “emergenza pandemica” non saranno certo questi “intellettuali dissidenti” e i loro micromovimenti a difenderci dall’ingerenza dello stato sui nostri corpi e le nostre vite.
Emilia De Rienzo, Le donne e la lezione iraniana, su www.comune-info
Andrea Macciò






























































