Nella attività clinica vedo molte persone che sono bloccate nel fare le cose. Molte sono le persone che presentano ansia fino ad arrivare ad avere degli attacchi di panico nel fare delle attività quotidiane come andare a fare la spesa, prendere i mezzi pubblici, parlare con le persone, ecc. Molto spesso si instaura un circolo vizioso che si autoalimenta formato da cognizioni negative, ansia e immagini di un futuro immediato con risvolti funesti se non catastrofici. Iniziamo, passo dopo passo, a osservare questi fenomeni.
Cosa sono le “cognizioni negative”? Sono dei pensieri negativi che ognuno di noi ha su noi stessi che ci portiamo dall’infanzia, che emergono in modo automatico e che guidano la nostra vita e le nostre scelte. Spesso sono “non ce la faccio”, “sono incapace”, “sono sbagliato/a”, “non merito”, ecc. Come si nota, sono delle frasi brevissime ma lapidarie e che non danno nessuna possibilità di un risvolto alternativo.
Spesso la persone riportano altre frasi in cui ci sono degli avverbi di tempo che hanno in sè delle generalizzazioni, come “sempre”, “mai”, “tutto”, “niente”, “certamente/di sicuro”, “ovviamente”, ecc. Quando le persone presentano questo tipo di associazione (cognizione negativa + avverbi di tempo assolutistici), entrano in una circolo vizioso da cui è difficilissimo uscirne e che si autoalimenta.
Una persona mi ha raccontato che aveva paura di parlare con le persone per timore di non articolare bene le parole (non aveva nessuna disartria, nessuna difficoltà di articolazione) per cui si è progressivamente isolata. Un’altra persona ha raccontato di essere convinta di non dire cose interessanti, per cui parla solo (e a volte con difficoltà) con persone di cui ha piena fiducia, evitando le persone sconosciute. Un’altra persona si descrive come “mi sento sempre fuori posto e sbagliata”.
Le cognizioni negative bloccano lo sperimentare gli eventi della vita, fanno ritirare la persona ed aumentano l’ansia che crea degli scenari futuri a cui si attribuiscono risultati sicuramente negativi. In questo modo la persona non va oltre il conosciuto. Quando le persone mi raccontano queste situazioni, questi stati d’ansia e di blocco, molto spesso introduco una parola che chiamo “la parola magica”: ci provi.
Il Provarci vuol dire fare qualcosa senza aspettarsi che il risultato sia assolutamente negativo o positivo, vuol dire solo fare e vedere cosa succede. Non ci si accorda sulle grandi cose, ma sul fare piccole cose che non avranno ripercussioni nella vita. Per esempio, se una persona si sente sempre sbagliata, chiedo di fare delle piccole, piccolissime cose che non abbiano nessuna ripercussione nella sua vita esterna; non chiedo, per esempio, di andare a parlare con il capo perché in quel momento non lo farebbe mai; questo è un obiettivo a lungo termine.
Il provarci mette nella condizione la persona anche di non provarci ma, in questo momento, va bene ugualmente perché ha provato a pensarci e ha scelto di non farlo. Ovviamente, ogni persona è unica e diversa da qualsiasi altra, per cui è difficile scrivere in un articolo ciò che succede nel contesto terapeutico senza dare l’impressione di una generalizzazione.
Il “Ci provi”, però, è una formula che può fare la differenza contestualizzandola nella vita della persona e nelle sue cognizioni negative ma anche nelle sue risorse.

Psicologa – Psicoterapeuta
Dottoressa Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapeuta
Psicologa Giuridico-Forense
Cell. 338/3440405































































