“A Cerveteri e Ladispoli non sarei tanto tranquillo sui campi elettromagnetici”

0
4100

di Giovanni Zucconi

La scorsa settimana abbiamo iniziato ad affrontare il tema dell’inquinamento elettromagnetico nel nostro territorio.

Questa radiazione, che ormai pervade tutto il nostro ambiente, lo ricordiamo, è stata classificata dallo IARC, l’Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro, come una “possibile” fonte di tumori. Il tema è sicuramente molto delicato, perché si può prestare ad allarmismi eccessivi. Ma bisogna comunque avere il coraggio di informare la popolazione sui rischi che corre in assenza di un monitoraggio puntuale e continuativo dei livelli delle radiazioni elettromagnetiche, e con l’uso eccessivo degli smartphone, soprattutto da parte dei più giovani. Oggi la nostra inchiesta continua pubblicando l’intervista integrale a Maurizio Martucci, un giornalista e scrittore che vive a Cerveteri, e che tratta di questi temi, da molti anni, sui maggiori quotidiani nazionali, in radio, e sulle reti Mediaset, Sky e RAI. Con lui cercheremo di approfondire i rischi, spesso sconosciuti, che possiamo correre in ambienti saturi di radiazioni elettromagnetiche, come ormai sono diventate le nostre città e le nostre case.

Signor Martucci, nei suoi articoli possiamo leggere numerosi esempi di casi sanitari o decessi anomali, nei quali non si esclude un legame con le radiazioni elettromagnetiche. A parte il loro valore statistico, sarebbe utile sapere se le sue segnalazioni sono condivise dalla comunità scientifica.

“La comunità scientifica mondiale è divisa, nei casi più avveduti si parla di rischio sanitario ma deve far riflettere il dato che, a differenza degli studi ‘negazionisti’ commissionati dalle multinazionali delle telecomunicazioni, la quasi totalità della ricerca medica indipendente da diversi anni s’appella alla precauzione, dimostrata la correlazione tra l’esposizione all’elettrosmog e varie patologie, anche mortali. Provi a fare una ricerca su PubMed, l’enorme banca dati online, la più grande del mondo che raggruppa migliaia di studi medico-scientifici: scriva nella ricerca ‘cell phone cancer’, cioè ‘cancro’ e ‘cellulare’ e vedrà cosa esce. La correlazione tra elettrosmog e diabete, sterilità, infertilità, aborti spontanei, per esempio, è dimostrata eccome! Perché? Semplice, noi siamo fatti soprattutto di acqua. E l’acqua è un conduttore naturale. Noi quindi diventiamo dei semiconduttori quando esposti ad un’onda elettromagnetica.”

Io vorrei tornare ancora sulla necessità di un’evidenza “scientifica” sulle problematiche che lei ci sta segnalando.  Ci può spiegare perché, almeno mi sembra, non ci sono casi numericamente significativi e scientificamente dimostrati, da condividere con il grande pubblico?

“Purtroppo c’è un’inadeguatezza medica e un’assenza epidemiologico-statistica. Nel senso che i primi a non conoscere la materia sono proprio i medici, quelli di base. Negli ospedali, non ci sono corsi di aggiornamento professionale su un tema prioritario come questo, vista la diffusione delle nuove tecnologie di comunicazione senza fili. E questo tema è poco conosciuto anche al grande pubblico. Nel 2011, dopo che l’Agenzia Internazionale sul Cancro ha classificato le onde elettromagnetiche come una possibile causa di cancro, è stato chiesto al Ministero della Sanità a dare più informazioni ai cittadini sul rischio. Risultato? Alcune pagine sul sito web, mi sarei aspettato campagne televisive e un’informazione più capillare, invece…”

Negli altri Paesi c’è maggiore consapevolezza di questo pericolo?

“In alcuni Paesi la situazione è sicuramente diversa. C’è molta più sensibilità al tema e si cerca di prevenire un pericolo sanitario pubblico del quale si ignorano ancora le eventuali proporzioni. In California, per esempio, sono state fatte delle pubblicità mirate. Così in Francia…”

Mirate a cosa?

“Ad scoraggiare, per esempio, che i cellulari possano finire in mano ai minori. I minori sono quelli più esposti perché non hanno la calotta cranica non completamente formata e l’elettrosmog può facilmente superare la barriera ematoencefalica. In molti Paesi sono previste campagne di informazione pubblica ispirate al “Principio di Precauzione”, che è un sacrosanto principio sancito dall’Unione Europea. Quando ci sono divergenze di opinione nella comunità scientifica, come nel caso delle onde elettromagnetiche, invece di andare avanti in attesa di conferme condivise da tutti, esponendo però la popolazione al rischio, si adottano politiche cautelative, più prudenziali.”

Quindi teoricamente, seguendo questo Principio di Precauzione, non bisognerebbe installare neanche un ripetitore telefonico sui nostri territori…

“C’è uno studio epidemiologico in Sudamerica che mappa tumori e morti nella vicinanza della stazioni radio base. Ma cerchiamo di capirci. Un’antenna, quelle solitamente piazzate sui tetti dei palazzi, giuridicamente è considerato un servizio di utilità pubblica. Anche i Comuni hanno le mani legate. Un Sindaco non può bloccarne l’istallazione, se non in caso di anomalie o di chiederne la regolamentazione in caso di registro di sforamento dei livelli di soglia”

Quindi possiamo solo preoccuparci?

“Il punto è che bisogna ampliare il discorso. Oggi non è solo l’antenna a generare un’irradiazione elettromagnetica. Il problema è l’effetto multiplo e cumulativo. Venti anni fa c’era un’antenna per il tuo telefonino. Oggi, per esempio, tu hai 10 antenne e 50 WiFi. Vai a scuola e c’è il WiFi. Vai al cinema o sul treno e c’è il WiFi. A casa c’è il WiFi. Compri il televisore nuovo? E’ wireless, così come i nuovi contatori energetici. Quindi c’è un effetto multiplo, cumulativo e prolungato, che prima non esisteva. Per questo sostengo che le legge sono vecchie e inadeguate: non tutelano la salute pubblica! Considerando che i potenziali effetti sull’organismo possono verificarsi a 5, 10 o 15 anni.”

Non c’è nessuna ricerca che abbia definito in modo scientifico i rischi che corriamo?

“Ce ne sono tantissime, e molte altre ne stanno per arrivare. Ad esempio c’è attesa per lo studio Moby Kids, la più grossa ricerca sulla correlazione cellulare-cancro-bambini. I risultati dovrebbero uscire nel 2021… possiamo aspettare con le mani in tasca?”

2021? Tra 4 anni? Nel frattempo, se questa correlazione dovesse essere confermata, dei bambini potrebbero ammalarsi o persino morire.

“Questo è il punto! Qui sta la precauzione! Il fatto è che sono ricerche che richiedono molto tempo per produrre risultati affidabili. Purtroppo la tecnologia va più veloce della ricerca medico-scientifica e la medicina, in pratica, costretta a rincorrerla. Esempio? Esce prima il prodotto sul mercato, lo danno come sicuro, però solo dopo il suo utilizzo reale se ne possono capire gli effetti pericolosi. I telefonini uscirono sul mercato negli anni ’90, solo nel 2011 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ne decreta l’uso come possibile cancerogeno. Capito?”

Parliamo adesso di monitoraggio dell’inquinamento elettromagnetico. Secondo lei è adeguato ai rischi che corriamo?

“Macchè! Viviamo nel far west. Roma Capitale ha pubblicato, mesi fa, l’elenco dei monitoraggi ambientali fatti dall’ARPA negli ultimi 5 anni. Su circa 5.000 antenne piazzate nella città, meno di 450 sono state controllate, significa meno di una su nove una sola volta in 5 anni, ovvero delle altre 8 non sappiamo nulla. E i dati sono allarmanti. Nonostante numerosi studi attestino al valore di 0,6 V/m il limite sicuro per la biologia umana, dal 2001 la soglia di legge in Italia è 6 Volt/Metro, misurato in 6 minuti. Poi col Governo Monti, in concomitanza con lo sbarco della tecnologia 4G che aveva bisogno di maggiore copertura, producendo quindi più inquinamento elettromagnetico, senza riformare la legge quadro con un decreto il dato è stato spalmato sulle 24 ore. In questo modo entrano nel calcolo della media anche le ore notturne, quando ci sono evidentemente meno telefonate e il ripetitore telefonico lavora con meno intensità. Quindi i picchi del giorno vengono compensati con la poca attività della notte, e la media può tornare sotto i 6 Volt/Metro. Nei rilievi dell’ARPA pubblicati da Roma Capitale, dicevo, ci sono dei dati preoccupanti in alcune strade: campo elettrico registrato a 23, 60, persino a 145 V/m, capisci che vuol dire? Eppure nessuno, in quelle strade, ha pensato di fare un’indagine epidemiologica, per capire se ci sono persone ammalate e di cosa. Nessuno ha fatto un censimento e nemmeno si pensa di investigare per trovare un’eventuale correlazione tra queste emissioni e certe malattie. A Viareggio c’è un palazzo di fronte ad un antenna. Per i troppi e anomali decessi degli inquilini lo chiamano il palazzo della morte. Così a Torino e Potenza Picana. Questo è il problema. Non vengono messi in correlazione i dati. E non ci sono studi epidemiologici. E tutto prosegue come niente fosse nel silenzio generale…”

Se si facessero dei monitoraggi a tappeto a Cerveteri e a Ladispoli, cosa uscirebbe fuori?

“Non saprei, ma non sarei tanto tranquillo. Sulla ASL di Cerveteri c’è un antenna telefonica, ma poi in piazza Aldo Moro c’è il WiFi della Provincia. Poi ci sono i WiFi degli esercizi pubblici, tutto lecito e legittimo, per carità. E quando c’è una festa o una sagra ci sono migliaia di persone, ognuna con il proprio Smartphone o telefonino che emette altre radiazioni. Capisce che in queste condizioni tutto si va a sommare e non conosciamo ancora l’effetto complessivo? Credo che la situazione sia abbondantemente fuori controllo. Ladispoli ha ben 19 WiFi sul lungomare. L’effetto di questi si sommano a quello delle antenne telefoniche, l’ultima su Via Aurelia sul tetto del palazzo della Guardia di Finanza. E in queste zone noi non conosciamo, momento per momento, giorno per giorno, l’effettiva intensità della radiazioni elettromagnetiche. Viviamo al buio… Le sembra normale?”

Ma non è sempre stato così?

“No. Oggi ci sono pericoli che non c’erano 20 anni fa. Oggi c’è un effetto prolungato e cumulativo che prima non esisteva. Cumulativo perché nell’ambiente sono presenti, contemporaneamente e nello stesso punto, più fonti di emissioni elettromagnetiche. Prolungato perché tu te lo porti a casa, ci dormi nel letto, lo fanno gli adolescenti, addirittura si vedono passeggini per le strade con le mamme che lasciano il telefonino in mano a neonati …”

Vediamo di ricapitolare. Quale è il problema? Che ognuno installa il suo pezzettino rispettando le norme di legge. Vengono istallate antenne o WiFi, rispettando la legge. Ma poi nessuno va a verificare l’effetto complessivo nei luoghi in cui noi viviamo. Casa nostra compresa. Nessuno ti dice cosa succede se io aggiungo un’altra sorgente di onde elettromagnetiche.

“Il problema è esattamente questo e non solo, visto che parte della scienza indica nel valore di 0.6 V/m il valore di sicurezza e ci sono diverse sentenze nei tribunali che, giuridicamente, hanno attestato che anche quando i valori sono nei parametri di legge la salute umana non è tutelata. Ma le leggi non le fanno i tribunali!”

E sul nostro territorio? A Cerveteri e Ladispoli?

“Vedo critica la situazione di Ladispoli, molto rischiosa. Troppe antenne installate sui tetti dei palazzi, e tanti Wi-Fi pubblici. A Cerveteri la situazione è critica soprattutto nelle zone di campagna, perché il campo elettrico delle antenne è più potente dovendo coprire un raggio d’azione maggiore. Esempio? L’antenna sull’ASL di Cerveteri può servire un’area di 2-3 Km, disponendo “del rimbalzo” di antenne vicine per fare il cosiddetto punto/punto. L’antenna di Borgo San Martino ha invece un’irradiazione elettromagnetica più potente, perché si trova in una zona rurale di campagna, e può coprire distanze chilometriche più alte. La legge italiana consente, in queste aree, valori soglia più elevati, e il rischio sanitario per chi ci abita vicino può naturalmente aumentare. Per dare dei numeri, per queste antenne in zone rurali, è legale un valore di 20 V/m invece che di 6 V/m. Questo perché si considera che nelle zone di campagna non ci siano molte case vicino ai ripetitori.”

Si. Ma qualcuna c’è. Per esempio a San Martino. E qualcuno ci abita dentro.

“E’ poi c’è il problema delle scuola, diventati dei nuovi luoghi sensibili. Praticamente tutte le scuole di Cerveteri e Ladispoli hanno almeno un WiFi, che irradia bambini e ragazzi nelle ore della didattica. Mentre in Israele questo è proibito e molte scuole virtuose in Italia stanno provvedendo a smantellare il wireless dando la precedenza al più sicuro cablaggio. Il Comune di Brescia è un esempio: nessuna scuola pubblica ha più il Wi-Fi.”

Perché lo si considera un pericolo per la salute? Noi tutti abbiamo un WiFi a Casa

“Ecco il problema: consapevolezza del rischio, informazione, circolarità della notizia. Lei sa che l’ARPA Friuli Venezia Giulia dice di non dormire la notte vicino al Wi-Fi, secondo lei perché lo dice? E poi i router e gli hot spot non sono tutti uguali, sono diversi. Agiscono ognuno su frequenze diverse, irradiando segnali radio diversi. Una 500 non è mica uguale ad una Ferrari. Nelle scuole, ad esempio, il wireless deve arrivare nelle segreterie, nelle classi dove ci sono le lavagne elettroniche e possono avere una potenza di campo elettrico e una frequenze diverse da quelle che abbiamo a casa o di quelli che sono stati montati nelle piazze o sul lungomare.”

Mi diceva che ci sono Paesi, nel mondo, dove il rischio è preso più sul serio. Mi può fare degli esempi?

“Lussemburgo è stato per diversi anni capofila della precauzione. Per legge, la soglia di legge era 0,6, cioè 10 volte inferiore che in Italia. Il Sindaco di Haifa in Israele ha tolto il WiFi e in Belgio sono vietati per legge i cellulari ai bambini persino nelle pubblicità dei giocattoli. A Parigi, per esempio, hanno fatto togliere il WiFi dalle biblioteche comunali. Molti dipendenti di queste strutture si ammalavano. In questi Paesi, la Politica mette davanti a tutto il principio di precauzione, nell’interesse della salute pubblica.”

Quindi in Italia ci dobbiamo rassegnare ad una sottovalutazione del rischio?

“No. Qualcosa si sta muovendo anche da noi. Dopo la storica sentenza del 2012, prima al mondo, passata in Cassazione che ha correlato il nesso ‘cancro-cellulare’ ad un manager sempre al telefonino per lavoro, nel 2017 è stato emanato il decreto del Ministro dell’Ambiente Galletti che chiede di sostituire in tutti gli edifici pubblici il WiFi con il cablaggio, considerato il segnale wireless come un agente da ‘inquinamento indoor’, al pari di polveri sottili o altri inquinanti chimici.”

Quindi dovranno farlo anche qui a Cerveteri e a Ladispoli?

“Lo dice il decreto del Ministro. In tutti gli edifici pubblici, scuole comprese.”

Entro quando?

“Non viene considerata una tempistica, facendo però particolare riferimento alle gare per adeguamento e rifacimento delle strutture pubbliche. Ma è molto importante, da un punto di vista normativo, che il WiFi sia stato equiparato ad un agente inquinante in un ambiente chiuso: può essere l’inizio di una rivoluzione, di un nuovo percorso votato alla precauzione. Ma è ovvio che serve di più, molto di più. Principalmente informazione, perché al di là dell’indiscussa utilità delle comunicazione senza fili, in un Paese civile e moderno è un sacrosanto diritto che la popolazione sappia a cosa si può andare incontro …”