Cerveteri da bere

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© Arsial - Cornacchiola 1953. I forzuti si cimentano con il tiro alla fune

Cerveteri da bere

di Angelo Alfani

La foto immortala una squadra di forzuti cervetrani che, nella primavera del 1953, sopra uno dei più estesi pianori della Cornacchiola, gareggia nel tiro alla fune. Due squadre, composte da cinque persone della stessa stazza, allineati ai due capi di una fune marcata da catrame al centro, hanno come obiettivo di tirare tutti gli avversari dalla propria parte, facendoli superare il piolo di legno piantato a terra.

Una foto che mette in risalto lo sforzo nell’ancorare a terra i piedi e che rende plastica la tensione di ogni muscolo. Attorno il popolo che urla, partecipa.

La festa della trebbiatura, che ogni anno era occasione attesa ed ammucchiava i cervetrani in giochi antichi: dal palo della cuccagna, al tiro alla fune, dalla rottura delle pentole in groppa a somari, alla corsa polverosa nei sacchi riservata ai ragazzini. Un raduno anche di animali scambiati, venduti, adocchiati e prezzati da esperti zingari. Attorno una campagna solitaria. Solo, in lontananza, l’oliveto dei Calabresi, aggrappato alle colline. La campagna, questa campagna che in molti di noi conoscono da quando sono nati, in poco più di dieci lustri l’abbiamo vista mutare.

Oggi è tanto disertata dai contadini quanto affollata da villeggianti, intesi come forestieri che vivono in villa. Ville presuntuose, su imitazione di quelle degli sceneggiati, con le tavernette che anticipano i loculi.
Là dove il percorso era a quattro zampe o per i fortunati in bicicletta, dov’era solitario ed indisturbato il volo del falchetto, bisogna scansare rombanti automobili che sgommano su strade inadeguate. Le biciclette sono solo quelle di ragazzi indiani che arrancano sulle salite di Gricciano, o quelle di ciclisti della domenica.
Terre che fino agli anni settanta potevano essere acquistate a poco più di una ventina di milioni di lire ad ettaro, con l’inizio degli anni della Cerveteri da bere, si sono vendute a decine di milioni, a migliaia di euro purché fossero munite di cubatura. Commercianti, medici, funzionari Alitalia, in attivo o scivolati, hanno fatto lievitare ancor più i prezzi. Ville che alcune volte beneficiano della acqua del Tevere per irrigare i pratini all’inglese.

I luoghi sono talmente mutati che un vecchio assegnatario dell’Ente Maremma, ritornando in vita, stenterebbe a ritrovare il suo podere. La terra su cui spesso inutilmente sboccava sangue per far sopravvivere la prole era arida, secca, una montagna di pietrame lasciato dai fossi, che dalle colline scorrazzavano nella piana prima di venire imbrigliati. Pietre raccolte una ad una per drenare, per segnare confini. L’antico aveva una sua forza, una sua compattezza, un suo rigore. Lo spazio, è divenuto da tempo luogo di devastazione, di effimere ricchezze che si disperdono al primo venticello come steli di fiori selvatici. I conti per i contadini non tornano da molti, troppi anni. Ogni tanto ci si inventa qualcosa: dai carciofi, all’uva, alle pesche. Oggi l’olio. Si è perfino tentato il kiwi e il babaco. In un quarantennio siamo passati da un mondo tradizionale ad un mondo malamente postmoderno. Finita la società contadina, messa in soffitta l’idea di sviluppo economico ad infinitum, soccombente alla crisi che appare non avere fine.

Da tempo siamo seduti sulle nostre macerie.

“Nella campagna prima ci si buttava il lavoro, il sudore, bestemmie e lacrime salate. Ora ci si buttano i soldi” dice un saggio contadino siciliano, amico di Sciascia, senza astio, senza invidia. Ma con rammarico. Altri ci buttano i soldi perché si possono permettere di non farli i conti. Campano di altro. Bisognerà pur cominciare a farli ‘sti conti, a farli davvero. Sapendo che per farli non si possono cancellare tutti i passati.