CERVETERI, C’ERA UNA VOLTA LA GRANDE BELLEZZA

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Cerveteri

VI FU UN TEMPO UNA GRANDE CIVILTÀ, OGGI SE NE CONTEMPLANO LE ROVINE.

di Angelo Alfani

Questa la sensazione che si prova nell’andare a zonzo per il nostro territorio, nel trovarsi di fronte mura ciclopiche che ra-chiudevano la città precipitanti come massi di Sisifo, tratti di rete fognaria da far invidia alla Cloaca Maxima scoperchiati ed abbandonati alle intemperie, cisterne per grano e per decantazione dell’acqua rese disponibili agli umani, strade a basalto, con pietre che affondavano nel terreno con i loro due quintali e più di peso, di cui sono ancora visibili solo brevi tratti e calpestabili per pochi passi.

Si racconta, un vociare che diventa sempre più flebile e fumoso, che intorno al 1950 venne fatto giungere dalla Capitale un camion apposito, con ragno incorporato, per spostare in ville di maggiorenti un lungo tratto di strada che poco dopo la discesetta di Sant’Antonio attraversava la piana fino a raggiungere la greppa su cui sorge monte Abetone. Una delle tante strade che uscivano da Agylla che si innestava in un ramo della via Claudia in direzione di Bracciano e verso i Monteroni, quindi a Roma. Se ne scorgono ancora di basalti rovesciati ed abbandonati ai lati delle strade della Riforma, simili a leoni marini addormentati sulla spiaggia. Ancora sono visibili, meglio se accompagnati da un cervetrano, grandi quadroni del ponte che attraversava l’Amniscaeretanus ( fosso Vaccina), un ponte realizzato secoli prima di Cristo, di cui sta venendo meno anche la memoria. Un’altra strada scendeva dalla parte alta dei Vignali, conosciuta come “vigna dei monti”, cuore pulsante di Caere, per Valle Zuccara; altra ancora dal Tiro a Piattello giù verso la cosiddetta curva di Mentre, non distante dal Sorbo per intendersi, che raggiungevano un tratto di strada ad acciottolato di grossi sassi bianchi che “luccicavano come fossero marmi”, indirizzata alla Madonna del Canneto: scoperta e ricoperta non molti anni fa durante lavori di sterramento per nuovi insediamenti.

Altra arteria, di cruciale importanza, era la via di Pirgy che dal piazzale della Fiera precipitava nel saliscendi della Cornacchiola fino alla valle, raggiungendo il porto. Un bellissimo tratto venne alla luce nei terreni della Principessa Torlonia a fianco del gigantesco impianto a pannelli solari.Per non dilungarsi oltre sul fantastico mondo della città dei vivi, con le sue case, i suoi templi, le sue piazze: una ricchezza “scandalosa” a fronte della miseria odierna. Mi riferisco all’arte, non solamente alla ricchezza economica, che non sempre coincide con la ricerca della “bellezza”. Ancora oggi assistiamo a campagne di scavi ufficiali, anche se sempre più rarefatte per la mancanza di fondi, con la messa in luce di nuove tombe, di nuove insorgenze storiche. Gruppi di volontari, sempre più numerosi in tempi di pandemia e quota cento, si adoperano in continue pulizie lungo tutto il tratto della lunga via degli Inferi. Non sono un archeologo ma così a naso mi viene da pensare che i nuovi scavi non abbiano apportato rilevanti nuove conoscenze del mondo dei nostri avi e che il “lustrare” induce a consumare. Ovviamente potrei anche essere in errore ma il rischio di quanto sollevava alcuni decenni fa l’insigne studioso senese Cesare Brandi nel suo libro “Viaggio nella Grecia antica” mi sembra possa tenersi sotto attenta considerazione anche per quanto ci riguarda. Nella sua visione delle cose sta innanzitutto il riuscire a leggere in filigrana quel che il carro della storia passando ha depositato e o spazzato via del tutto.

Riporto testualmente quanto scrive nel capitolo del libro dedicato a Creta:«Una vera tragedia delle pietre, questa di Creta…Blocchi alabastrini nei quali l’acqua piovana produce effetti di spugna, di grattugia, quasi che i fili di pioggia avessero un punto di caduta fisso, come da una grondaia. Un disastro simile, però, poteva essere procurato solo dagli archeologi che non sono fatti come gli altri uomini, ma hanno disgraziatamente la testa voltata all’indietro ed i piedi in avanti. Accade così che quando credono di avvicinarsi, si allontanano, e per allontanarsi sì avvicinano. A loro si chiede di essere dei filologi, dei conservatori e non degli imbonitori turistici: devono avere la forza non solo di imporre il rispetto del frammento senza aggiunte colpi di testa fantastici, ma anche di prendere tutte le misure, comprese le più drastiche, per la conservazione. Altrimenti val meglio non scavare, perché qualsiasi oggetto, o pittura o scultura o architettura, soffre molto meno sotto terra, dopo i secoli di acclimazione ivi trascorsi, che alla luce e all’aria. Ma sullo scavo chi li tiene più? Più giù, sempre più giù a cercare il sempre più antico:e fra poco non basterà neanche il neolitico: la loro divisa diventerà: al centro della terra, fino a recuperare lo scheletro del primo uomo o forse della prima ameba».

Parlando di Mistrà, città del Peloponneso non lontana all’antica Sparta, lo studioso la definisce: «lacera, tragica come un cadavere dissepolto, e che invochi sepoltura» e prosegue: «Ma quanti fiori su quelle povere ossa:quando ci si entra è come in un giardino selvatico, cresciuto da sé, per l’irruenza incontrollata di crescere[…] fra le commessure, ai bordi dei muretti pencolanti, dai pavimenti delle stanze scoperchiate, emettono asfodeli, margheritine gialle, primavere ed anche anemoni, delicati ed intensi come fatti di gusci di cocciniglia».Asfodelo fiore dei morti, così come l’anemone, che, per la sua breve durata, nel mondo antico era simbolo dell’abbandono e della fiducia mal riposta.