C’era una volta il pizzutello

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©Arsial_Cerveteri

C’era una volta il pizzutello

di Angelo Alfani

La foto mostra un carro di una delle prime sagre dell’uva: molto probabilmente la terza.

Il carro è in sosta alla fine dei giardini in attesa di ripercorrere a ritroso, stavolta in salita, lo stesso tratto di strada gonfio di folla.

Un carro costruito con pezzi rimediati dagli organizzatori: resti del carnevale di Viareggio o di altre manifestazioni simili. Venivano poi rimontati sui rimorchi dei trattori, reinterpretati con fantasia sublime, abbelliti da ragazze in costume etrusco-romano o ciociaresco, o da villanelle della Roma ottocentesca. Spezzoni di piccole bande musicali, improvvisati fisarmonicisti, ripetevano ossessivamente gli stessi identici ritornelli per un “viaggio” che durava ore. A fargli compagnia, sui carri, botticelle da cui sgorgava vino per togliere arsura in quei pomeriggi agostani e migliaia di sacchetti riempiti d’uva da tavola.

Nel guardare questa foto alcune riflessioni sono, come dire, scaturite. La prima che l’uva da tavola è oramai sparita dalle colline cervetrane, e di questo passo rischia di sparire anche quella da vino, assieme al mare smeraldino.

Tempi lontani quelli in cui era possibile succhiare grappoli prima del sorgere del sole, ancora irrorati di brina, sgraffignati spesso, saltando muretti o confini inesistenti.

Bello che introvabile il raro, ma presente a Cerveteri, pizzutello, l’uva da tavola per eccellenza, di cui giustamente fregiava il suo stand Biagio Ferretti. Grappolo dalla irriducibile e singolare forma a pigna con gli acini simili a capezzoli allungati, colmi di misurata dolcezza.

Mangiata col pane o con la pizza bianca era una leccornia.

Giunse poi l’epoca standardizzata, quella in cui va bene solamente ciò che rende e che il mercato chiede: uva Baresana, l’Italia, la Regina dei vigneti, spesso solo buccia ripiena di acqua dolciastra, ma di grande effetto scenico.

Tutte primaticce queste uve, allevate per appagare i nuovi vacanzieri estivi. Il tipico frutto di fine estate è sparito. Ci siamo prima arresi alla omologazione, per finire inevitabilmente nello schiaccianoci di ogni diversità che è stata la globalizzazione.

La seconda riflessione nasce dalle espressioni delle ragazze sul carro. Si ha la sensazione che si accorgano del fotografo che le sta riprendendo e che, pur nel voler sostenere la parte che gli spetta, mostrino ancora cenni di timidezza. Insomma non vogliono strafare, non mostrano doppiezza. Questa mia impressione è resa ancor più certa dall’aver vissuto quegli anni, lontani anni luce dai nostri in cui si è costretti a farsi vedere, notare, sentire per non rischiare di risultare “morti”.

Scrive Sciascia che i mali del nostro Paese nascono tutti da una inveterata e continua doppiezza, da un inveterato gioco delle parti: (…) Il bue che dà del cornuto all’asino. L’asino che ragliando accusa il bue di ragliare(…) Mai c’è stata un’epoca in cui come oggi quello che si dice ha più importanza di quello che si fa. Basta che uno della retroguardia dica di essere per l’avanguardia, ed è un avanguardista; che un reazionario dica di essere per la rivoluzione, ed è un rivoluzionario, che un mascalzone dica di essere per l’onesta, ed è onesto. E se non si torna a chiedere alle persone il conto preciso di quello che sono, di quello che fanno, di come vivono; e se non si torna a giudicare un’azione per quella che è, temo che nessuna riforma o rivolgimento verrà a cavare il classico ragno dal classico buco.