CASO VANNINI: CONTO ALLA ROVESCIA PER LA SENTENZA

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MERCOLEDÌ PROSSIMO I GIUDICI DI SECONDO GRADO TORNERANNO A PRONUNCIARSI. L’ACCUSA CHIEDE 14 ANNI DI CARCERE PER TUTTI I CIONTOLI.

Meno di una settimana e i giudici torneranno ad emettere una sentenza sul caso Vannini. Un tormentato iter processuale che non vede fine il cui sipario non calerà neanche mercoledì prossimo perché sarà la Corte d’assise d’appello, quindi i togati di secondo grado, a stabilire la condanna per i Ciontoli, gli imputati di questa terribile storia. Non basterà sicuramente perché sarà poi ancora la Cassazione, in base agli eventuali ricorsi di una o di entrambe le parti, a mettere la parola fine al delitto. Però c’è da dire che in questo settembre le discussioni sono andate veloci. Tre udienze velocissime e tra l’altro significative.

La super testimone. Si è partiti con Viola Giorgini, fidanzata di Federico Ciontoli e chiamata come persona informata sui fatti. Carica e decisa a riaffermare quanto detto in aula 3 anni fa, Viola alla domanda chiave – sul perché avesse detto in una intercettazione dei carabinieri “Ti ho parato il culo”, riferendosi al fidanzato, ha provato a spiegarsi, ma è stata subito interrotta dal presidente della Corte d’assise d’appello, Giancarlo Garofalo: «Signorina la sua versione non è molto credibile, le ricordo che lei è testimone e ha l’obbligo di dire la verità, altrimenti incorre nel reato di falsa testimonianza», è l’ammonizione del giudice. È forse il colpo di scena. La testimone ha ribadito la stessa versione. «Mi ero fidata di Antonio Ciontoli, non avevo motivo di credere che non mi avesse detto la verità». Giorgini – a tratti in difficoltà – ha ripercorso i momenti successivi allo sparo nella villetta di via De Gasperi, a Ladispoli. «Mi ero accorta solo di alcune tracce di sangue sul braccio di Marco», ha risposto così il teste poi parlando dell’ormai “celebre” attacco di panico riferito sempre da Antonio Ciontoli. Altri particolari resi noti dalla testimone nel momento in cui a lei e ai Ciontoli venne data la comunicazione della morte di Marco dopo oltre 3 ore di agonia. «Antonio era fuori di testa, urlava, piangeva, bestemmiava e chiedeva ai carabinieri di essere arrestato». Fino alle intercettazioni ambientali. «Federico aveva paura che avrebbero potuto accusarlo poichè aveva toccato le pistole dopo l’evento tragico», ha cercato di chiarire Viola Giorgini subito controinterrogata dal giudice Garofalo: «Ma che bisogno c’era di mettersi d’accordo su dove e quando le avesse prese? Non riesco a capire e tra l’altro sulla pistola non c’erano neanche le impronte».

L’accusa. «Sono tutti da condannare a 14 anni per omicidio volontario». Una sorta di requisitoria bis nella seconda udienza quella di Vincenzo Saveriano, procuratore generale e rappresentante dell’accusa nel processo di Marco Vannini. Già a gennaio 2019 il pg si aveva sollecitato la precedente Corte chiedendo una pena esemplare per tutti i Ciontoli (Antonio, il capofamiglia, la moglie Maria e i figli Martina e Federico). Poi le cose non andarono bene per l’accusa e per i Vannini visto che i giudici di secondo grado ridussero la pena da 14 a 5 anni per Antonio Ciontoli derubricando pure il reato da omicidio volontario a colposo. Fu la cassazione a febbraio di quest’anno a stabilire un appello bis e si è tornati quasi al punto di partenza con una nuova requisitoria dello stesso magistrato. Che poi ha anche formulato una seconda ipotesi. In subordine, ha chiesto per i familiari del sottufficiale della Marina e nei servizi segreti che si è attribuito la responsabilità dello sparo, di valutare eventualmente l’ipotesi di concorso anomalo in omicidio, in base all’articolo 116 del codice penale, e condannarli ad una pena di 9 anni e 4 mesi di reclusione. Saveriano ha ripercorso quei momenti tragici puntando chiaramente l’indice sull’intera famiglia Ciontoli che, seppur presente nella villa di Ladispoli, non attivò in tempo i soccorsi per salvare la vita a Marco. «Fu un’operazione congiunta – ha ribadito il procuratore generale – finalizzata a nascondere la verità con lo scopo di non far perdere il posto di lavoro ad Antonio Ciontoli. Un colpo simile è in grado di spaccare la portiera di un’autovettura. E Ciontoli vorrebbe farci credere di aver pensato che il proiettile fosse rimasto nel braccio di Marco? ».

La difesa. «Chiederemo l’assoluzione per i familiari di Ciontoli», ha detto l’avvocato Pietro Messina mentre si punterà «sull’omicidio colposo» per Antonio Ciontoli, il sottufficiale della Marina militare e nei servizi segreti che si è sempre assunto la responsabilità dello sparo costato la vita a Marco Vannini il 18 maggio del 2015, il che significherebbe una condanna a 5 anni.

Le parti civili. In quella casa – ha detto Celestino Gnazi, legale dei Vannini – è avvenuta una pulizia cinica degli ambienti, non sono state trovate impronte neanche sulla pistola. È stata forse opera dello Spirito santo?».