Caso Graneris, parenticidio ante literam

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Nel 1975 a Vercelli il primo vero omicidio in famiglia che scosse l’Italia ed aprì le porte al ripetersi di uccisioni tra le mura domestichedi Antonio Calicchio

Il caso Graneris risale al 13 novembre 1975 ed ebbe enorme impatto mediatico a causa dell’efferatezza del delitto e delle implicazioni sulla morale comune. Le vittime furono i genitori di Doretta Graneris, insieme ai nonni e al fratellino, uccisi da lei e dal suo fidanzato Guido Badini.

Doretta era la maggiore di due figli, era iscritta al corso di studi del liceo artistico di Novara e, all’epoca dell’omicidio, aveva diciotto anni. A seguito dell’ennesima lite coi genitori, che avevano disapprovato la relazione con Badini, era scappata di casa, stabilendosi a Novara in cui conviveva insieme al fidanzato, nell’appartamento di costui, in vista di un prossimo matrimonio, programmato per la settimana successiva agli omicidi. Le loro condizioni economiche erano precarie a causa della disoccupazione di entrambi i ragazzi. E, allo scopo di venire incontro alle loro esigenze, i genitori di Graneris, risoltisi ad accettare le nozze della figlia, avevano regalato, alla coppia, il mobilio per la camera e la cucina come dono di nozze, e avevano deciso di assumere Badini nell’officina di famiglia.

La sera del 13 novembre 1975, Graneris e il fidanzato si recarono in casa dei genitori di lei accompagnati da una terza persona, ammazzando tutti. Il terzo partecipante, inizialmente avrebbe dovuto compiere gli omicidi, per garantire un alibi ai giovani, ma, poi, si accordò per svolgere solamente la funzione di palo e di autista. Dalle confessioni non emerse, con certezza, l’autore materiale degli omicidi, giacché entrambi i giovani si rivolsero l’accusa di aver esploso i colpi di pistola contro le vittime, i cui corpi vennero rinvenuti il mattino dopo, dall’altra nonna di Doretta.

La coppia venne rintracciata dai carabinieri in un mercatino rionale e la reazione della ragazza suscitò sospetti nei militari. Venne ritrovato, a bordo dell’auto di Badini, un bossolo che, sebbene non corrispondesse alle munizioni impiegate per gli omicidi, tuttavia insospettì gli inquirenti che approfondirono le ricerche e trovarono, a casa sua, altri bossoli come quelli dell’arma usata per l’omicidio. Dopo ulteriori indagini e testimonianze, i carabinieri convocarono i giovani in caserma per un interrogatorio che si concluse con la confessione.

La strada dove avvenne il fatto di sangue

Inizialmente fu Graneris a confessare, dichiarando avere ucciso i genitori e scagionando il fidanzato. Però, le contraddizioni, l’utilizzo di un’arma da fuoco che la ragazza non avrebbe saputo usare e la ferocia del delitto, spinsero i carabinieri ad approfondire le indagini, dubitando della versione fornita dalla ragazza. Frattanto, Badini ammise l’omicidio, attribuendo, però, la responsabilità alla ragazza la quale, nei primi mesi di carcere preventivo, continuò a scrivere lettere al fidanzato, per, poi, decidere di abbandonarlo definitivamente allorché scoprì che Guido le aveva addossato in toto la colpa.

In conseguenza di siffatto tradimento, l’amore di Graneris per il ragazzo venne meno, ed iniziò a muovere accuse nei confronti di Badini, attribuendogli l’ideazione del piano e la volontà di appropriarsi del patrimonio di famiglia. Quest’ultimo confessò di aver commesso l’azione da solo, dichiarò di aver temuto di perdere la ragazza e affermò di aver desiderato renderla orfana come lui; poi, mutò parzialmente difesa, ricordando, ai magistrati, essere rimasto orfano da ragazzo e dichiarando che i Graneris l’avevano accettato come fidanzato della figlia, al punto da aver acquistato, per loro, una cucina e una camera da letto, e da avergli trovato un posto di lavoro nell’officina del suocero. Ripetutamente dichiarò essere stato plagiato dalla fidanzata che l’avrebbe, a suo dire, costretto a porre in essere la strage, prospettandogli una esistenza facile grazie all’eredità dei genitori.

Un secondo colpo di scena scaturì, invece, dalle dichiarazioni di Graneris che confessò l’omicidio di una prostituta quale prova per il massacro. L’affermazione non trovò riscontro alcuno, e venne identificata, dai giudici, come tentativo di invocare l’infermità mentale, esclusa, però, da una perizia psichiatrica. I parenti superstiti della ragazza si costituirono parte civile nel processo.

La camera di consiglio durò molte ore: il terzo partecipante ottenne la seminfermità mentale e le attenuanti che gli valsero ventidue anni di carcere. Alla coppia, invece, venne comminato l’ergastolo. Furono, altresì, condannati a quindici anni anche due amici, per aver aiutato la pianificazione dell’omicidio e per altre condotte riconducibili al reato.

Doretta, che, in cella, ha conseguito la laurea in architettura, nel 1992 ottenne la libertà condizionale.

Questo atroce fatto di cronaca solleva interrogativi in merito alla famiglia la quale dovrebbe essere il luogo sicuro in cui trovare riparo dalle difficoltà e dagli stress della realtà esterna, il posto nel quale tutti i membri del nucleo dovrebbero reciprocamente comprendersi e darsi conforto; la propria abitazione, invece, diviene, talvolta, lo scenario dei cosiddetti omicidi domestici.

Ma perché un marito ammazza la moglie? Come può un padre uccidere il figlio o un ragazzo assassinare i genitori o sterminare l’intera famiglia? E cosa spinge una madre a sopprimere una vita che lei stessa ha appena generato? Quali problematiche relazionali, quali patologie degli affetti e dei sentimenti possono condurre a tanto? Ed è possibile cogliere in tempo eventuali segnali di disagio per prevenire tali drammatici eventi?

Solo esaminando la crisi della famiglia, ed analizzando le passioni estreme e la cosiddetta follia, si può cercare di “fotografare” questi fenomeni, in un’ottica psico-criminologica, sul tentativo di offrire risposte a queste inquietanti domande.

Occorre indagare le cause, i moventi e le caratteristiche psico-sociali degli autori e delle vittime, per svelare le ragioni complesse e fronteggiare un fenomeno con cui, ormai, attraverso i media, ci si confronta quotidianamente, con crescente sgomento.