Il processo intentato contro i social, iniziato a fine gennaio a Los Angeles, in California, si è concluso con una sentenza storica.Le Big Tech sono state portate in tribunale con l’accusa di aver intenzionalmente progettato servizi che creano dipendenza, soprattutto tra gli adolescenti.
La giuria ha dato ragione all’accusa e Meta (Instagram, Facebook e WhatsApp) e Google (You Tube) sono state giudicate responsabili degli effetti negativi provocati dai loro social e condannate per aver sviluppato piattaforme che danneggiano la salute mentale dei più giovani. La causa è partita dalla denuncia di Kaley G. M che ha accusato You Tube e Instagram di aver provocato la sua depressione e suoi pensieri suicidi durante l’infanzia.
A Kaley sono stati riconosciuti 6 milioni di dollari di risarcimento: 4,2 da Meta e 1,8 milioni da Google. Anche Snap e TikTok erano tra gli imputati ma hanno raggiunto un accordo extragiudiziale prima del processo.
Si tratta di una sentenza cruciale destinata ad avere ripercussioni su migliaia di casi attualmente pendenti nei tribunali USA. Meta e Google hanno detto di essere in disaccordo con il verdetto e intendono fare ricorso.
Il giorno prima del verdetto di Los Angeles, il 24 marzo 2026, un’altra tegola si è abbattuta su Metache è stata giudicata da una giuria di Santa Fe, in New Mexico, responsabile di pratiche commerciali ingannevoli e scorrette ai danni dei minori e per questo condannata a pagare una sanzione civiledi 375 milioni di dollari.
Una batosta non da poco, non tanto sul piano economico (375 milioni di dollari sono meno del 2% dell’utile netto annuo di Meta) ma su quello giuridico e sistemico che potrebbe portare le Big Tech a dover riformare la stessa struttura del funzionamento dei social network, soprattutto se altri tribunali confermassero il nesso fra modello di engagement e danno psicologico.
La compagnia ha detto che intende impugnare la decisione: «continueremo a difenderci vigorosamente e restiamo fiduciosi nella nostra storia nel proteggere gli adolescenti online». D’altra parte sono in gioco oltre 2.400 cause intentate contro Meta e altri colossi del webper i danni arrecati ai giovani utenti.
La causa contro Meta ha origini da un’operazione investigativa sotto copertura su facebook e Instagram attraverso falsi profili di minori di 14 anni, avviata nell’autunno del 2023 dall’Ufficio Generale del New Mexico.
Ciò che è emerso è scioccante: gli account vengono sommersi di materiale sessualmente esplicito e contattati da adulti che sollecitano contenuti analoghi. Da qui i capi di accusa contro Meta e il suo CEO Mark Zuckerberg:Abilitazione dello sfruttamento sessuale dei minori attraverso sistemi informatici che connettono predatori e vittime;Pratiche commerciali ingannevoli: dichiarazioni false sulla sicurezza delle piattaforme;Design delle piattaforme finalizzato a indurre dipendenza nei minori.
A sostegno dell’accusa è stata decisiva la documentazione interna della compagnia: avvisi interni di ricercatori che segnalavano circa 500.000 casi di sfruttamentoinfantile al giorno sulle piattaforme; rapporti interni che mostravano come i ricercatori di Meta avessero identificato specifiche funzionalità progettate per produrre risposte dopaminergiche (azioni come ricevere like, commenti, condivisioni attivano la produzione di dopamina) e accrescere al massimo il tempo trascorso sull’app; documenti che rivelavano come i dirigenti fossero stati avvertiti ripetutamente dai tecnici dei rischi per i minori.
Secondo il procuratore generale, i dirigenti di Meta erano a conoscenza delle falle nella sicurezza ma l’azienda non avrebbe preso delle contromisure, ignorando le segnalazioni e mentendo al pubblico su ciò che sapeva. La giuria ha deliberato in favore dello Stato su tutti i capi d’accusa.I giurati hanno identificato 75.000 violazioni individuali (un quarto degli adolescenti del New Mexico), irrogando la sanzione massima di 5.000 dollari per ciascuna violazione, per un totale di 375 milioni di dollari.
Il verdetto segna un punto cruciale nella storia della responsabilità delle piattaforme digitali. Il concetto alla base di questa sentenza è chiaro: quando si progetta un prodotto che cattura l’attenzione dei minori, il business non può avvenire a discapito della salute.
Esiste un’ampia letteratura scientifica che rivela la distruzione di massa cognitiva iniziata nel 2007-8 e descrive i meccanismi cerebrali e psichiciattivati dall’uso dello smartphone e soprattutto da alcuni social, non per i loro contenuti, ma per la loro stessa struttura.
Tra questi studi c’è quello dello psicologo sociale americano Jonathan Haidt che ha documentato un forte nesso causale tra l’uso intensivo dei social network e l’impennata dei tassi di ansia, depressione e autolesionismo tra gli adolescenti, a partire dai primi anni 2010. La sua analisi principale è contenuta nel libroThe Anxious Generation.
Secondo Haidt, il passaggio da un’infanzia basata sul gioco a un’infanzia basata sullo smartphone ha danneggiato lo sviluppo psicologico dei giovani. Fondamentale è anche il libro “La guerre de l’attention: comment ne pas la perdre” di Yves Marry e Florent Souillot in cui i ricercatori esaminano i danni provocati dall’uso degli smartphone negli adolescenti e nei bambini comedanni neurologici e cognitivi,riduzione dell’attenzione e memoria, danneggiando l’ippocampo e indebolendo i percorsi neurali responsabili dell’attenzione, ritardi nel linguaggio e difficoltà di apprendimento.In virtù di questi studi in molti paesi del mondo si sta cercando di correre ai ripari:nel 2025 l’Australia ha vietato i social media agli under 16, a gennaio 2026 la Francia ha approvato un divieto per gli under 15 e la Spagna ha annunciato misure analoghe.
In Italia Marina Terragni, Autorità garante per l’infanzia chiede una regolamentazione che porti a 16 anni l’età minima per accedere ai social.
Molto tardivamente si sta sviluppando la consapevolezza sui danni provocati dall’uso degli smartphone. A breve sarà chiaro che nel ventennio 2007-2027 è come se avessimo riempito le tasche dei bambini di cocaina e purtroppo, in taluni casi, i danni cerebrali, cognitivi e psichici si riveleranno essere senza rimedio. Tuttavia occorre domandarsi se le misure fondate sul “vietare e controllare” siano davvero efficaci e se la loro finalità sia davvero la salute delle giovani e non l’implementazione della società della sorveglianza. E il dubbio si fa certezza quando scopri che, per accedere ad internet, si vorrebbe imporre il riconoscimento facciale e l’identità digitale.
di Miriam Alborghetti
Fonte: https://padlex.com/sentenza-state-of-new-mexico-v-meta-platforms/
































































