“Io sono un uomo molto fortunato perché ho capito il mio ruolo nella vita, ho osservato la morte con i miei occhi indiscreti, ho visto una cagna partorire e morire e ho volato su fiumi, montagne e pianure; io ho visto mille formiche arrancare sul mio corpo, sogni frantumarsi, realtà, violenze e fiori; son morto più volte per aprirmi alla vita ed i miei piedi han saggiato le piste e i deserti ed il mio orgoglio è naufragato su isole lontane. Il mio cuore è una pietra erosa dal mare,è una bomba che può a ogni istante scoppiare …”.

Visitare la mostra che il MAXXI dedica ad Andrea Pazienza nel settantesimo anniversario della sua nascita, non è esattamente una passeggiata perché ogni disegno, ogni immagine, ogni parola di questo fumettista satirico dal tratto impareggiabile trasuda della sua stessa anima, del suo pensiero, delle paure, delle fobie che attanagliavano il suo personale quotidiano. Non c’è opera che non sussurri all’orecchio del visitatore “guardami, questo sono io”; non c’è copertina, personaggio, murale che non esprima una natura ciclopica compressa dentro gli angoli di un foglio, sul cemento di una parete, su un pannello di metallo.
Girare tra le stanze osservando ed osservandolo meriterebbe silenzio ma in nessun modo il brusio dei gruppi che spiegano a tratti più o meno sommari l’idea di Zanardi o la prima copertina di Pentothal può essere evitato. Ed è comprensibile perché la morte prematura di Pazienza nel 1988 ha decretato nella sua fine l’apice. E nessuno può muovere obiezioni davanti ad una genialità che nel decennio di operosità artistica professionale si è espressa con una poliedricità tale da far supporre che nel prosequio ci avrebbe aspettato altrettanto.

“NON SEMPRE SI MUORE”, è l’indovinato titolo di una mostra bellissima che fino al 27 settembre 2026 occuperà il V piano del plesso museale romano di Via Guido Reni, confermando con questa retrospettiva ben congegnata l’impegno alla promozione degli artisti che hanno fatto la cultura del Novecento italiano precorrendo nelle loro opere molte delle domande che l’arte del XXI secolo oggi si pone.
Il titolo è tratto da un’intervista rilasciata da Pazienza nel 1988 a Clive Griffiths e vuol essere un autentico attestato di vitalità attraverso l’esposizione e la condivisione dei suoi disegni, dei suoi pensieri delle sue lettere persino delle foto più personali ed intime. Il percorso segue un ordine cronologico che si snoda attraverso bozzetti, tavole, copertine, tavole a fumetti che si alternano inseguendosi ed inseguendolo fino al gigantesco murale eseguito dal vivo nel 1987 durante la Fiera del Fumetto di Napoli.
Il nome di Andrea Pazienza è uno di quelli che ha fatto da sfondo e si è insinuato silenziosamente nella mia formazione giornalistica accompagnandomi attraverso la guerra fredda, l’embargo energetico, il femminismo, gli anni di piombo, le Br, Moro, Pertini, Mondiali, il grande rock e tutto quello che può ricordare una classe ’65 capace di leggere il messaggio nella sintesi sarcastica di una striscia.

Tanta roba.
Ecco: la mostra che il MAXXI ha dedicato ad Andrea Pazienza è “tanta roba”. È qualcosa che cattura e ti si insinua sotto la pelle per tutta la durata del percorso né ti molla quando te la lasci alle spalle perché ti mostra il punto d’osservazione di un uomo cui ben poco riusciva a sfuggire della realtà che lo circondava.



Recensione di Mara Fux


































































