Un bambino che urla al supermercato, lancia un gioco, si oppone a una richiesta o sembra “esplodere” per un no può mettere in difficoltà anche l’adulto più paziente. La tentazione è pensare: “Lo fa apposta”, “È viziato”, “Vuole comandare”.
A volte, però, quel comportamento non è una sfida: è un messaggio. La ricerca sullo sviluppo emotivo ci aiuta a guardare questi episodi con occhi diversi. Gli studi nel settore mostrano che la conoscenza delle emozioni nei bambini è strettamente collegata alla competenza sociale e a minori difficoltà comportamentali. Riconoscere, nominare e comprendere ciò che si prova è fondamentale.
Per un adulto può sembrare semplice dire “sono arrabbiato”, “mi sono sentito escluso”, “ho paura”, “sono stanco”. Per un bambino non lo è. Le emozioni arrivano nel corpo prima delle parole: cuore che batte, mani che stringono, nodo alla gola, bisogno di scappare o attaccare. Se manca il vocabolario emotivo, il corpo parla al posto della voce con pianti, opposizioni, aggressività o chiusure. Questo non significa giustificare tutto. Un comportamento pericoloso va fermato. Ma bloccarlo non basta, se non insegniamo al bambino cosa fare in alternativa.
Dire “non si fa” può interrompere l’azione; difficilmente costruisce una nuova abilità. Gli studi sulla regolazione emotiva indicano che l’autocontrollo si sviluppa gradualmente: prima il bambino si regola attraverso l’adulto, poi impara a farlo da solo. La presenza dell’adulto non dovrebbe essere solo correttiva, ma educativa. Una frase come “vedo che sei arrabbiato; non puoi colpire, ma puoi chiedere una pausa” contiene tre messaggi: riconosco la tua emozione, metto un limite al comportamento, ti insegno un’alternativa. Validare un’emozione non vuol dire permettere tutto. Vuol dire aiutare il bambino a non sentirsi travolto. Anche le ricerche sull’emotion coaching mostrano che gli adulti che aiutano i figli a comprendere e nominare le emozioni favoriscono una migliore regolazione emotiva e maggiori competenze adattive.
È un lavoro quotidiano, fatto di parole semplici e pazienza. Possiamo iniziare nei momenti tranquilli: leggendo una storia, commentando un litigio tra fratelli, dando un nome a ciò che accade: “Forse ti sei sentito deluso”, “Ti sei arrabbiato perché volevi continuare a giocare”. Non servono discorsi perfetti. Serve un adulto disposto a fermarsi. Davanti a un comportamento difficile, la domanda non è solo: “Come lo faccio smettere?”. È anche: “Che cosa sta cercando di comunicare? Quale competenza gli manca? Quale parola posso insegnargli oggi?”.
Molti comportamenti problema sono emozioni senza vocabolario. Aiutare un bambino a conoscere ciò che sente non lo renderà sempre calmo, ma gli offrirà strumenti per crescere. Da lì inizia il cambiamento.
Dottoressa
Ilenia Colasuonno
Psicologa e Terapista Comportamentale





























































