Therapist self-disclosure (TSD)

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Therapist self-disclosure (TSD)

A differenza dei altri articoli precedenti, in questo articolo vorrei raccontare una tecnica terapeutica molto importante, la therapist self-disclosure (TSD) o autorivelazione. Questa è una tecnica terapeutica attraverso cui il terapeuta racconta qualcosa della sua vita. Partiamo dal presupposto che lo psicoterapeuta viene considerato spesso come una persona che non ha problemi, quasi irreale; nell’immaginario comune, spesso, le persone pensando alla figura dello psicoterapeuta immaginano il viso di Freud o di Jung, professionisti di cui non si sapeva nulla. Invece lo psicoterapeuta ha una sua vita con gioie, dolori, preoccupazioni, ansie, problemi con i figli, il partner, ecc. ed è proprio per questo che il terapeuta, più di ogni altra persona, necessita di effettuare dei percorsi di psicoterapia personali, oltre che supervisione quando un problema della persona assistita, provoca un blocco dell’evoluzione della terapia (impasse). Capita molto spesso che, vivendo in un piccolo centro, si incontrino le persone con cui si sta lavorando nel percorso di psicoterapia al supermercato, in palestra, al ristorante. In questo modo, questa figura quasi irreale viene collocata nella vita quotidiana. Detto ciò, molti sono gli psicoterapeuti che usano il self-disclosure nel percorso di psicoterapia; per contro, alcuni approcci terapeutici (come la psicanalisi classica) tendono a considerare la self-disclosure impropria e problematica. Come ho detto prima il self-disclosure consiste nel raccontare e condividere pezzetti di vita personali,vissuti o emozioni alla persona con cui si sta lavorando in un percorso di psicoterapiain modo intenzionale e con estrema consapevolezza, asoli scopi terapeutici. Non deve essere utilizzata per soddisfare i bisogni del terapeuta né deve sembrare una chiacchierata tra due persone mentre si beve il caffè al bar. Non deve appesantire l’assistito ma essere una possibilità di crescita. Viene utilizzata per i seguenti scopi terapeutici: 1) per rafforzare l’alleanza, 2) per normalizzare le esperienze del paziente, 3) per costruire un ponte empatico, specialmente in fasi consolidate della terapia, 4) per far sentire meno sola la persona e farla sentire “normale” e non “sbagliata” o “patologica”. Visto tutto questo, non tutti i terapeuti se la sentono di usare l’autorivelazione perché servono: 1) estrema consapevolezza di sé, 2) presenza di confini terapeutici netti, 3) il terapeuta inizia e finisce il racconto che non deve sfociare in una “confessione” ma in una crescita dell’assistito, 4) una buona autostima e centratura. Il self-disclosure può essere esplicito quando il terapeuta racconta di sé, dichiarando che sta parlando di sé oppure raccontando di sé in modo velato, dicendo “le racconto una cosa che mi è stata raccontata da una persona nel suo percorso di psicoterapia”. È importante, però, evidenziare che nel percorso psicoterapico, il terapeuta comunque rivela se stesso attraverso la comunicazione non verbale per esempio con l’arredamento dello studio, con il suo modo di porsi, comunicare, vestirsi, il cambio di voce o di posizione nella sedia, ecc. Capita, anche, che negli incontri online, se vengono effettuati a casa, l’assistito veda l’arredamento di casa, la presenza di animali facendosi un’idea della vita privata del terapeuta. È importante che il terapeuta ne sia consapevole al fine di gestirne gli effetti sulla persona assistita.

 

deve essere sempre guidata da obiettivi clinici e non da bisogni personali del terapeuta.

 

 

psicologia giuridica
Dottoressa Anna Maria Rita Masin
PsicDottoressa
Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapeuta
Psicologa Giuridico-Forense
Cell. 338/3440405

www.psicoterapeutamasin.it
Cerveteri
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