ADOLESCENTI DIMENTICATI: UN FENOMENO IN CRESCITA

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A TU PER TU CON LA DOTT. SSA ANTONELLA D’AMICO

A tu per tu con gli adolescenti: “Dalla paura nasce il coraggio” è il titolo di un libro, storie di vita e di fragilità da cui nasce il coraggio, che anima le giornate di chi abita Gruppo Appartamento Sottovento e Lo Specchio. Operatori e ospiti vivono nella città di Cerveteri e proprio in questa piccola e difficile comunità realizzano grandi imprese.  Sono gli appartamenti nati per volere della dottoressa Antonella D’Amico che ha aperto porta e cuore a ragazzi dagli 11 ai 18 anni d’età, bisognosi di un luogo dove crescere in armonia.

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Album di famiglia – Gruppo Appartamento – Pet therapy

Eravamo rimasti ad una casa famiglia ubicata nel comune di Cerveteri, ora sono due?
La prima casa famiglia nasce il 23 maggio del 2012, una casa per minori con problematiche familiari.

Che intende per problematiche familiari?
Impossibilità dei genitori a gestire la loro genitorialità: dagli aspetti psichiatrici alle tossicodipendenze, pura e semplice inadeguatezza genitoriale. Nel 2015, visto che arrivavano in struttura ragazzi portatori di una diversa ferita a monte, che non era più solo il genitore psichiatrico o il genitore in prigione ma un vero e proprio grido d’allarme di quella che viene chiamata educazione liquida, ci siamo riorganizzati.

Cosa si intende per educazione liquida?
Per educazione liquida si intende educazione senza coerenza, ambivalente dove il genitore permette qualunque cosa. Dove il genitore perde la funzione di educatore ma diventa un amico. Dove il genitore è stanco e non riesce a mettersi al passo con i bisogni emotivi di un adolescente. Sentire e tradurre le esigenze reali del figlio.

Una realtà diffusa per la quale servirebbero un’infinità di case! I genitori alle volte si trovano in tale situazione, rientra tra le difficoltà dell’essere educatori, adulti. Da questo però, come si arriva addirittura a perdere i propri figli?
Abbiamo assistito a ragazzi che hanno chiesto loro stessi di voler essere messi in una casa famiglia. Ci troviamo di fronte ad una nuova realtà.

Ci deve essere un reato, un accadimento scatenante perché ciò accada?
Altra cosa modificata. Se anni fa i ragazzi usavano come cassa di amplificazione il reato (di qualunque natura) la trasgressione, ora purtroppo, la cassa d’amplificazione è diventata la psicopatologia con una prossimità molto avanzata allo stato psichiatrico. Abbiamo disturbi gravi della personalità.

Come si individuano?
Intanto si è innalzato in modo esponenziale l’autolesionismo. Maschi in un modo, le ragazze in un altro, le femmine vanno su un autolesionismo più fisico come il tagliarsi.

Ancora? La credevo una moda oramai passata
La moda del momento poteva essere il Blue Whale, ora non c’è più l’indotto come poteva essere la Challenge. L’autolesionismo è l’ultimo grido di dolore per farsi ascoltare. Un esempio: “Sei sempre in casa chiuso con il cellulare”, a cui segue “adesso ti sequestro il telefono, fammi vedere con chi chatti. Sei…” I genitori non si domandano “perché mio figlio si isola anche all’interno di casa?”. Avviene. Insieme ad una forma di ritiro sociale, manifestata ancor prima del lockdown. La chiusura l’ha accentuata è vero, ma anche contestualizzata. Un fenomeno partito dal Giappone dove si è riscontrato il ritiro sociale dell’adolescente, che non ha interessi, sta nella sua stanza e usa il cellulare. Le relazioni sono solo virtuali, diventa cronico dunque patologico.

Dagli auguri di compleanno alla dichiarazione d’amore social?
La chiamano la generazione digitale ma qui si parla di qualcosa di ben più grave e profondo. Rendersi conto nel corso degli anni della modificazione del malessere adolescenziale, non solo ci ha portato ha modificare la prima casa, quella che era la casa famiglia, l’abbiamo trasformata in Gruppo Appartamento Sottovento dagli 11 ai 18 anni. Con possibilità da parte del ragazzo di richiedere un prolungamento amministrativo al tribunale per poter rimanere fino al 21esimo. Il periodo dai 18 ai 21 anni viene finalizzato a consolidare quanto appreso a livello emotivo e gettare le basi per un’autonomia di carattere personale, economico e lavorativo. La nostra scelta è stata quella di andare a sostenere il target più sofferente, quello degli adolescenti, che non vuole nessuno. Nel marzo 2019 inauguriamo la così la nostra seconda struttura Gruppo Appartamento Lo Specchio, 7 ragazzi in una, 4 nell’altra. Sono volutamente piccole comunità con un’equipe di 5/6 educatori.

Sono molti in proporzione agli ospiti, come approcciate a loro?
Il dialogo con l’adolescente se da una parte richiede un adulto risolto, capace di essere elastico nella mediazione, d’altro canto deve essere un adulto o un team di adulti che non diano modo a triangolazioni, manipolazioni o strumentalizzazioni tipiche dell’adolescente. Da parte della nostra equipe si va a creare il conflitto e la crisi, perché solo attraverso di esse si cresce, per questo ci vogliono adulti risolti.

Da dove vengono i ragazzi?
O sono inviati dai servizi sociali attraverso il tribunale dei minori, oppure provengono da TSRE, delle strutture che si occupano delle malattie mentali dei minorenni, dipartimenti della Asl, oppure, arrivano direttamente dal reparto di neuropsichiatria infantile dell’ospedale Bambino Gesù di Roma con il quale stiamo collaborando.

Sono aumentate le patologie in questa fascia d’età?
Notevolmente aumentate. Siamo una struttura psicoeducativa, dove si fa una vita normale. La chiave terapeutica per eccellenza è la normalità. I neuropsichiatri ci inviano i ragazzi dai loro reparti affermando che proprio un ambiente come il nostro favorisce un’evoluzione positiva relativamente alla prognosi della patologia in atto.

Ho sempre visto la casa famiglia come un luogo che accoglie i ragazzi che non hanno un ambiente familiare idoneo dove crescere. Qui parliamo di altro, voi ricevete degli adolescenti da curare. Come siete organizzati?
Per questo ho parlato di indirizzo psico-educativo. I ragazzi sono volutamente insieme, maschi e femmine. Una struttura è in campagna, l’altra all’interno del centro urbano, per rispondere alle diverse necessità dei ragazzi. Alcuni sentono maggior contenimento in un semplice appartamento di 90 mq all’interno di un tessuto urbano, altri che soffrono di malesseri così importanti da risultare più idonea una maggiore vastità sia interna, che all’aperto.

Ci descrive le strutture?
Uno spazio di 140 mq quella in campagna: 3 camere, 2 bagni, un ampio salone con annessa cucina grande, la classica casa di una volta. Dà modo di respirare. Nei momenti di maggior chiusur, che può implodere ma anche esplodere, la possibilità di avere un’aia con le papere che camminano e la presenza di una colonia felina, sono elementi che contribuiscono al benessere del ragazzo. Diversamente nell’appartamento in città vengono inseriti ragazzi autonomi.

Quale criterio utilizzate nella scelta della convivenza?
Si chiama compatibilità! Se ho dei ragazzi che stanno facendo un percorso di assestamento, gestione degli impulsi, della rabbia e all’interno del gruppo c’è chi è vulnerabile alle provocazioni, e non sa gestire le risposte, evito che stiano insieme. Ovviamente cerchiamo compatibilità negli ingressi affinché la convivenza sia una risorsa per il nuovo arrivato e per chi già c’è.

A monte del vostro impegno, c’è la scelta di chi è delegato a valutare se un bambino è nel posto giusto oppure deve essere allontanato da casa. Ultimamente la cronaca evidenzia criticità sui criteri di valutazione. Una questione di competenze?
Queste sono competenze dei servizi sociali. Non c’è mai capitato di scorgere un errore di valutazione, semmai il contrario. Spesso ci siamo detti: se il servizio sociale e il tribunale avessero deciso prima l’allontanamento, probabilmente non si sarebbe arrivati ad una patologia del ragazzo. Un trauma ma non un danno serio.

La tempistica è fondamentale e l’iter è lungo?
Ci sono allontanamenti che possono essere fatti anche in 48 ore. Oggi si guarda l’aspetto psicologico perché la società non è più quella di 60 anni fa, quando c’era una famiglia estesa, dove non arrivava la mamma c’era la nonna, la zia. Se il papà stava fuori era presente il nonno. Il bambino aveva dei riferimenti. Quando prima parlavo di educazione liquida è perché nessuno vuole più educare nessuno. Questa è la triste realtà.

Genitori eterni adolescenti?
Esatto. Ma non ascoltano nemmeno! Non si pongono il problema di cosa prova il figlio. Faccio l’esempio del ristorante, dove per far stare buono il bambino piccolo viene dato il tablet con il giochino e la serata scorre. Chi educa chi?

Fare il genitore è un impegno che nessuno si vuole più prendere, pesa troppo?
Già, e chi ne fa le spese? L’adolescente con i tagli. Che sono l’ultimo grido d’aiuto: non sento più niente, se mi taglio sento qualcosa.

Come si è giunti a tale realtà?
Non c’è tempo per ascoltare, se io genitore non riesco a ritagliarmi il tempo per sentirmi bene, come faccio a trasferire a mio figlio tale emozione? Se io non mi fermo mai, vivo male e non permetto di vivere bene al bambino. Si guida con l’esempio. Quanti sono quei genitori che parlano con i figli dicendo “oggi sono proprio felice perché mi è successo questo. Oggi mi sento triste in quanto…”? Alfabeto emotivo: se io genitore non istauro questo tipo di dialogo come posso pretendere che mio figlio ascolti se stesso e si senta da me ascoltato?

Gli adolescenti che da voi sperimentano il piacere di essere ascoltati, come fanno poi a tornare in famiglia?
Molti chiedono di restare.

Non dovrebbero ricevere un’educazione emotiva anche i genitori per una crescita personale parallela al figlio? Altrimenti il bambino si salva ma non si permette un reinserimento in famiglia.
Questo è il tasto dolente. I tribunali possono richiedere ai genitori un percorso di sostegno alla genitorialità. Spesso i ragazzi vanno meravigliosamente avanti mentre i genitori restano fermi. Il risultato bello del nostro lavoro è che i figli arrivano ad accettare il limite dei propri genitori, che non sono cattivi, hanno un limite a loro volta procurato dalla famiglia di provenienza. Ma i genitori vogliono spezzare il cerchio?

Come vivono i ragazzi la comunità?
Le nostre strutture non sono concepite come qualcosa di chiuso, i nostri ragazzi vivono liberi, vanno a scuola, escono, frequentano amici. Un entrare e uscire, è vero che abbiamo i nostri adolescenti nelle case ma è vero anche che loro hanno amici che sono in famiglia e li portano in casa. Si confrontano, porte aperte ai ragazzi del territorio, che conosciamo bene. Una casa che accoglie amici è la normalità. Sarebbe bello coinvolgere anche i genitori, in parte già accade. Avere l’opportunità di uno scambio con loro, è una nostra ambizione.

É indispensabile annullare il divario che inevitabilmente si crea tra genitori e figli, arrivare a parlare la stessa lingua. Un progetto futuro?
Saremmo felici di poter parlare in modo informale con i genitori affinché non si sentano giudicati, affinché sia uno scambio di esperienze, per non sentirsi soli e inevitabilmente inadeguati.

Pur essendo una realtà privata, rappresentate l’istituzione, l’altra parte della barricata da cui difendersi, non avvertite diffidenza nei vostri confronti?
Stiamo cercando di far comprendere che non siamo tutti nemici, molte mamme nel territorio ci chiamano per parlare, abbiamo instaurato un buon rapporto, di fiducia perché nessuno è messo in discussione. Un’azione preventiva. Basta fermarsi un attimo, ogni giorno e sentire le proprie esigenze e quelle dei propri cari figli. Riprendersi il tempo è possibile.

di Barbara Pignataro

 

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