ADDIO ALLA CARTA D’IDENTITÀ CARTACEA

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IL CAPPIO DEL TECNOCONTROLLO SI STRINGE

La Carta d’Identità in formato cartaceo (C.I.C), introdotta nel 1931 con il Regio Decreto n. 773, cesserà di avere validità legale il 3 agosto 2026, indipendentemente dalla scadenza riportata sul documento. Dal giorno successivo non potrà più essere utilizzata per alcuna finalità di riconoscimento e l’unica carta di identità utilizzabile sarà quella elettronica CIE, senza eccezioni come chiarisce una circolare del Viminale (n.76 del 2025).

Non per legge nazionale discussa e votata in Parlamento, ma per meccanismo automatico burocratico con il Regolamento UE 2019/1157. La circolare ci informa che il Ministero dell’Interno aveva chiesto al Dipartimento della Funzione Pubblica se le carte d’identità cartacee potessero continuare ad essere utilizzate come documento di riconoscimento sul territorio nazionale fino alla naturale scadenza. La risposta è stata negativa in quanto una tale deroga “poterebbe porsi in contrasto con l’obiettivo del Regolamento medesimo di uniformare i requisiti di sicurezza e il contenuto delle carte d’identità rilasciate dagli Stati membri, esponendo l’Italia al rischio di contestazioni da parte della Commissione europeaprecisando che il Regolamento“non distingue fra carte d’identità utilizzate all’interno del territorio nazionale e quelle utilizzate come documento valido pertinente rilasciate ai cittadini dagli Stati membri […]. Tale scelta normativa evidenzia la volontà del legislatore europeo di armonizzare non solo le caratteristiche formali e di sicurezza dei documenti d’identità, ma anche la loro validità giuridica in tutti gli Stati membri”. Parole chiave sono“armonizzare” “uniformare” e dunque  accentrare l’identificazione personale. È dunque una questione di potere più che di sicurezza.

L’intera operazione che ha portato alla morte della Carta d’identità cartacea e all’imposizione della Carta d’identità elettronica per tutti potrebbe sembrare un fatto scontato e di poca rilevanza, dal momento che la maggioranza degli italiani è oramai in possesso della CIE. Ma non lo è affatto sia nella forma che nella sostanza.

Innanzi tutto esiste un problema di metodo, profondamente antidemocratico come evidenziato dalla saggista e ricercatrice indipendente Carmen Tortora:“Il regolamento europeo consente di accentrare il potere decisionale evitando il confronto democratico diretto. Nessun governo annuncia apertamente l’obbligo di un solo tipo di documento. Lo standard tecnico lo rende inevitabile. La responsabilità politica si dissolve nell’ingranaggio normativo. La carta d’identità cartacea è solo un caso pilota. Mostra come, attraverso regolamenti presentati come neutri e tecnici, l’Unione europea possa eliminare alternative, imporre infrastrutture uniche e rendere i diritti sempre più dipendenti da sistemi centralizzati. Il 3 agosto 2026 non segna soltanto la fine di un documento: conferma un modello di potere che non decide apertamente, ma configura il sistema affinché non restino scelte”.

Imporre la CIE senza alcuna alternativa, è indicativa di un progetto di trasformazione profonda della società in cui l’identificazione, l’accesso pieno ai servizi e dunque l’esercizio dei diritti, passa obbligatoriamente attraverso i canali digitali.

La tecnogabbia avanza inesorabilmente senza possibilità di scelta da parte dei cittadini e senza alcuna forma di opposizione da parte della politica. Cuore della transizione digitale è proprio l’ID digitale, in quanto strumento di sorveglianza di massa, di controllo capillare, di tracciabilità (collegata ai servizi digitali), interoperabilità, integrabile con le banche dati della Pubblica amministrazione e servizi online di PA e privati.

I pretesti addotti sono accattivanti,  “garantire la sicurezza” “agevolare i viaggi” e  “facilitare l’accesso ai servizi digitali della Pubblica Amministrazione”, le paroline zuccherose atte a farci ingoiare le polpette amare confezionate dall’UE, burocraticamente accettate dagli Stati membri, in nome dalla transizione digitale su caloroso suggerimento della lobby delle Big Tech (quasi tutte statunitensi).

Secondo un rapporto di Corporate Europe Observatory e LobbyControl, pubblicato lo scorso autunno, la spesa totale delle dieci aziende di tecnologia che investono di più nelle attività lobby nelle istituzioni europee è maggiore di quella delle dieci principali aziende dei settori farmaceutico, finanziario e automobilistico messe assieme.

Nella prima metà del 2025 gli 899 lobbisti del settore registrati presso le istituzioni europee hanno avuto 146 incontri con funzionari della Commissione. Quelli con europarlamentari sono stati 232. In tale contesto la sovranità digitale europea e la sicurezza dei dati dei cittadini sono pure illusioni, per non parlare della democrazia e della libertà individuale.

di Miriam Alborghetti