La strage di Via Fani e il rapimento dell’on. Aldo Moro.
Le foto scomparse. I punti oscuri della vicenda.
(Parte Seconda)
di Paolo Palliccia
Da Sergio Flamigni a Giovanni Fasanella, passando attraverso il contributo di un grande giornalista come Andrea Purgatori, sono molti coloro che, con rigore scientifico e con una mole di documentazioni davvero importante, hanno contribuito a far luce sul Caso Moro. I lavori dell’ultima Commissione che si è dedicata ad aprire un varco verso la verità sul sequestro e sull’uccisione di Moro e dei suoi agenti di scorta hanno contribuito anch’essi, con grande impegno, a scavare in tutte quelle situazioni che, ancora oggi, restano poco chiare. Nascoste da una coltre spesso indistruttibile, presenza angosciante in tutti i misteri italiani, un velo nero che, in molti, troppi, ancora difendono e proteggono, affinché il “castello dei silenzi” non si sfaldi completamente. Ecco, parlare di Moro, attualmente, rappresenta qualcosa che, rispetto al lontano 1978, si è caricato di informazioni nuove, più concrete, ma pur sempre mancanti di quella concretezza finale, di quel guizzo decisivo in grado di far luce in maniera definitiva su una delle pagine più inquietanti della nostra storia. Torniamo alla cronaca, ai fatti, almeno quelli conosciuti.
Le BR, dopo la strage di via Fani, fanno “accomodare” Moro in una Fiat 132 blu guidata dal brigatista Bruno Seghetti. A questo punto, Raffaele Fiore, Mario Moretti e lo stesso Seghetti, con il presidente della DC in auto, si allontanano attraverso via Stresa, seguiti a brevissima distanza da una 128 con a bordo i brigatisti Casimirri, Lojacono e Gallinari. Nel mentre, Valerio Morucci, dopo la tempesta di fuoco scatenata dal commando brigatista, si affretta a prendere dalla Fiat 130 due delle cinque borse di Moro e, a bordo della Fiat 128 blu, assieme alla Balzerani e a Bonisoli, si inserisce subito dietro le altre due auto. La macchina bianca, una 128, utilizzata dalle BR per bloccare le auto del corteo di Moro, venne lasciata sul luogo della strage. L’azione delle BR, nel complesso, fu velocissima, pochissimi minuti, dalle ore 9 e 02 alle 9 e 05, pochi istanti per scatenare l’inferno, per far calare sul Paese una coltre d’inquietudine che, forse, non si è mai dissolta, perché, in realtà, si è cristallizzata, è diventata parte delle nostre vite, relegata in quello spazio dell’indicibile che, ognuno di noi, porta con sé.
Le auto dei brigatisti scompaiono, si dileguano e quel 16 marzo 1978 diventa una pagina tristissima della storia italiana, nella quale le cose certe sono in minoranza rispetto ai tanti, troppi “buchi” che caratterizzeranno la ricostruzione della verità. Troppe saranno le menti raffinate che si opporranno alla ricerca della verità. A distanza di 46 anni dal rapimento del leader DC sono tanti gli interrogativi che restano ancora in piedi…ad esempio, solo per citarne uno, dove sono finite le foto scattate da Gherardo Nucci, il carrozziere che, inconsapevole, catturò la storia?
Sono le 9 del mattino, via Fani sta per diventare un inferno, Gherardo Nucci, carrozziere, imbocca via Stresa in auto. Sta per svoltare in via Fani per far ritorno a casa quando, in mezzo alla strada, vede un ragazzo che gli si fa incontro, il giovane indossa un giaccone blu e, in mano, stringe una paletta di quelle in dotazione agli agenti di polizia. Il ragazzo è agitato e grida a Nucci di andarsene via, di levarsi da lì, ma il carrozziere, seppur stupito da tale atteggiamento, gli risponde che abita proprio in via Fani, al civico 109 e che sta andando a casa sua. Il ragazzo, però, non si arrende, non vuole sentire ragioni e ancora più forte grida al signor Nucci di togliersi di mezzo, di andarsene e basta.
Punto. Il carrozziere, a questo punto, torna indietro. Ha capito, però, che proprio sulla sua strada, quella dove vive e che, fino a quel 16 marzo 1978, sembrava il luogo più tranquillo del mondo sta per succedere qualcosa. L’uomo, dopo aver lasciato la sua automobile, procede a piedi e si reca nei pressi dell’incrocio con via Stresa. Si posiziona dietro alle siepi che si trovano fuori dal bar Olivetti.
Inizia a scattare foto a raffica con Olympus, quella che, solitamente, utilizza quando deve fare le foto alle automobili incidentate. Il signor Nucci scatta a ripetizione e, con molta probabilità, riesce ad immortalare le ultime fasi della strage e, cosa fondamentale per la ricerca della verità, anche le fasi del rapimento, gli istanti che hanno cambiato per sempre la storia d’Italia, quando Moro, attraverso un’azione militare violenta e precisa allo stesso tempo, viene rapito per esser portato nella famigerata “prigione del popolo”. È l’inizio dei 55 giorni più drammatici della storia italiana. Gli attori che partecipano attivamente la strage di via Fani sono tanti, ma, ancora oggi, molti di loro sono ancora nell’ombra.
Moro è terrorizzato, quando viene costretto a salire sulla macchina delle BR, forse, ha già capito l’epilogo, in cuor suo conosce già i Giuda che lo hanno tradito, che lo hanno barattato per non dispiacere i poteri che contano in quel momento in Italia e che, probabilmente, di italiano hanno veramente poco. Gli italiani sono spaventati. Il signor Nucci è spaventato, è testimone diretto della strage, si trova davanti una scena terribile: nei pressi dell’incrocio tra via Fani e via Stresa vede le macchine crivellate, lo spargimento di sangue, il corpo di Iozzino a terra. A questo punto sale su casa, e, dal balcone, scatta altre foto. Il luogo della strage si è riempito di persone e di mezzi delle forze dell’ordine. La storia è cambiata per sempre, la notizia del rapimento è arrivata a tutti. La paura prende il sopravvento e il Paese piomba nell’angoscia.
Il rullino fotografico del signor Nucci è uno dei tanti misteri del Caso Moro. Il carrozziere, dopo aver scattato altre foto anche in strada, risale verso il suo appartamento e decide di consegnarle a sua moglie, Cristina Rossi, giornalista parlamentare dell’agenzia Asca, la quale, porta il rullino al giudice Infelisi. Da quel momento, però, delle foto non resta traccia. Gli inquirenti giudicano il rullino e il suo contenuto poco interessanti e, chissà come, finisce nel dimenticatoio. Qualche anno dopo la strage, nel 1982, gli avvocati di parte civile, mentre esaminano le carte del processo, ascoltano un’intercettazione molto importante fra il segretario di Moro e un deputato della DC, nella quale si accenna alla possibile presenza, sul luogo della strage, di un appartenente alla criminalità organizzata calabrese. Però, a questo punto, mentre l’interesse per la vicenda Moro riprende forza, le foto non si trovano più, svanite, dissoltesi nell’aria come per incanto. Le ricerche degli avvocati risultano vane, inutili. Negli archivi del tribunale non c’è più traccia di quello che Nucci aveva catturato. Le polemiche divampano. L’ennesimo punto poco chiaro della vicenda resta tale. La speranza di far nuova luce sul nostro “11 settembre” anche.
Torniamo a quel 16 marzo 1978. Le BR, dopo aver compiuto la strage e rapito l’onorevole Moro, si dirigono verso via Stresa, proseguono verso piazzetta Monte Gaudio e, da lì, su via Trionfale in direzione del centro; arrivano a largo Cervinia e, svoltando velocemente, imboccano via Domenico Pennestri e si dileguano. Con le auto delle BR svanisce anche la possibilità concreta di ritrovare vivo il presidente Moro. Nel Paese inizia ad aleggiare la convinzione che Moro non tornerà più a casa, dai sui cari. Le sensazioni sono pessime, le dinamiche della strage tali da escludere, quasi a priori, ogni speranza di riavere Moro indietro sano e salvo. Quello che è stato possibile ricostruire sulle fasi successive lascia ancora oggi molti dubbi. Antonio Buttazzo, autista del condirettore dell’Istat, prova con un tentativo disperato di seguire le auto dei terroristi ma le perde di vista. Da qui in poi sappiamo che le auto dei brigatisti imboccarono via Casale de Bustis, una strada chiusa da una sbarra bloccata da una catena che, secondo una testimone, venne recisa da una persona in uniforme con delle tronchesi. Oltrepassata la sbarra, le auto si recarono, forse, in via Massimi, un luogo che, da solo, merita l’approfondimento del lettore, perché intorno a questa strada continuano a convergere ancora oggi tantissimi quesiti irrisolti, una zona d’ombra inquietante nella quale intrecci di potere e ambiguità si sono dati appuntamento. Riallacciandoci a quello che poi è stato possibile ricostruire, sappiamo che in via Bitossi un furgone Fiat 850T grigio era in attesa dei brigatisti: proprio in questa strada Morucci abbandonò la Fiat 128 blu, prese le due borse di Moro e si mise alla guida del furgone.
L’ Italia è terrorizzata, Moro rapito, i suoi ragazzi uccisi senza pietà e gli interrogativi sulla vicenda, già dalle primissime ore dopo l’accaduto, iniziano a farsi strada fra mille ostacoli. In questo clima le auto delle BR si recano in via Pietro Bernardini e, passando per via Serranti, raggiungono piazza Madonna del Cenacolo. Secondo le ricostruzioni, la piazza, era il luogo stabilito per il trasbordo di Moro. L’onorevole venne obbligato a salire sul furgone per essere condotto nella Prigione del Popolo. La ricostruzione di questi momenti, a distanza di molti anni dai fatti narrati, ci dice anche che a questo punto, dopo l’arrivo in piazza Madonna del Cenacolo, tra le 9 e 20 e le 9 e 25, i brigatisti si “salutano”. Le auto guidate da Fiore, Bonisoli e Balzerani, vennero abbandonate in via Licinio Calvo, dopodiché i terroristi si dileguarono. Fiore e Bonisoli presero un autobus per recarsi alla stazione Termini e, da lì, il treno per Milano.
Dalle testimonianze delle BR (sic!) abbiamo appreso che i terroristi, da piazza Madonna del Cenacolo, si diressero nella parte ovest della capitale, per giungere, dopo una ventina di minuti, al parcheggio sotterraneo della Standa situato in via dei Colli Portuensi. Lì, ad attenderli, c’erano altri brigatisti, Prospero Gallinari e Germano Maccari. Le BR, dopo aver raggiunto il parcheggio, prendono Moro e, dal furgone sul quale lo avevano caricato a forza inserendolo in un’apposita cassa di legno, lo trasferiscono sulla Citroën Ami 8 di Anna Laura Braghetti.
A questo punto la tragica giornata del 16 marzo 1978 sta per terminare e, sempre secondo le testimonianze dei terroristi Moretti, Gallinari e Maccari, l’onorevole Moro venne portato nell’ormai famoso covo delle BR in via Montalcini. Così, almeno, ci è stato riportato dai brigatisti. Purtroppo, però, in questi anni, le loro testimonianze non sono sembrate sempre credibili, anzi, i vuoti, le anomalie e tante stranezze hanno accompagnato i diversi tentativi di far luce su uno degli eventi più drammatici della nostra storia. Sono ancora tante le zone d’ombra, aspetti controversi, il luogo della detenzione, le fasi delle trattative più o meno reali fatte per salvare la vita al leader Dc: c’è ancora tanto da sapere.
Anche il ruolo ricoperto da alcuni soggetti coinvolti nel Caso Moro, purtroppo, ancora oggi, resta ambiguo. Si ipotizza un coinvolgimento dei servizi, di organizzazioni criminali e di forze politiche sia italiane che straniere, pur mancando, purtroppo, le prove definitive e schiaccianti che, in qualche modo, possano mettere un punto definitivo sulla vicenda e consegnare alla democrazia italiana una nuova speranza.
Torneremo sul Caso Moro e sulle numerose vicende ad esso legate. A presto.
1 Dei due studiosi, segnaliamo ai lettori due volumi che, a nostro avviso, sono fondamentali per tutti coloro che nutrono interesse reale verso il Caso Moro e le sue mille ombre. Il primo testo La Sfinge delle Brigate Rosse edito da Kaos Edizioni è di Sergio Flamigni ed è un’opera decisiva per comprendere appieno le ambiguità, tantissime, legate alla figura di Mario Moretti, capo delle BR piuttosto “anomalo”. L’altro volume è quello di Giovanni Fasanella dal titolo Il Puzzle Moro. Un lavoro prezioso che, attraverso l’ausilio di testimonianze e documenti inglesi e americani desecretati nel tempo, chiarisce molti aspetti inquietanti del Caso Moro.
2 Da questo punto di vista risultano molto importanti, per una corretta ricostruzione storiografica, gli atti e i documenti delle Commissioni sul Caso Moro, molti dei quali consultabili sulla rete.
3 L’uccisione degli agenti che proteggevano Aldo Moro, il loro massacro, sono una delle pagine più nere della storia italiana. Le dinamiche dell’eccidio, le diverse e spesso contrastanti informazioni provenienti dai brigatisti, non hanno mai condotto ad una verità sicura, incontrovertibile, anzi, anche l’ultima commissione sul Caso Moro ha evidenziato delle zone d’ombra evidenti che meritano sicuramente un approfondimento ulteriore, finalizzato a scardinare anni di misteri.
4 La 130 blu e l’Alfetta procedono come sempre in colonna. Sul sedile posteriore, Moro è come al solito immerso nella lettura di giornali e documenti. Né lui, né tantomeno Leonardi o Ricci fanno caso a quella Fiat 128 bianca familiare che, poco prima dell’incrocio tra via Stresa e via Fani, sopravanza le due auto. Anche Leonardi, il più sospettoso, è tranquillo: ha notato che la vettura è targata CD, corpo diplomatico, dunque non c’è da temere. È un attimo: proprio sulla linea bianca dello stop, la 128 frena di colpo. L’impatto, non un vero e proprio tamponamento, è leggero ma inevitabile e coinvolge a catena anche l’Alfetta. A quel punto, quattro figure armate vestite da avieri aprono il fuoco contro le due auto con pistole e mitra. Una pioggia di fuoco che infrange i finestrini, buca le carrozzerie. E spegne la vita degli uomini della scorta. I primi a cadere sono Leonardi e Ricci nella 130, che non hanno il tempo di reagire. Freddati, nell’Alfetta della Ps, anche Rivera e Zizzi. L’unico dei cinque a spirare in ospedale. Raffaele Iozzino, invece, riesce ad uscire dal sedile posteriore dell’auto e a sparare due colpi con la sua pistola di ordinanza prima di essere colpito a morte da una pioggia di proiettili.
5 Le famose borse contenenti i documenti riservati del presidente della Dc che non finirono nelle mani delle Brigate rosse. Chi ha sottratto la ventiquattrore scura e la cartella di pelle marrone dalla Fiat “130”? Le altre tre valigie furono ritrovate e riconsegnate alla famiglia, ma quelle importanti no.

































































