Tutti  i regimi autoritari vogliono riscrivere la storia del mondo e cominciano con il bruciare i libri

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di Giovanni Zucconi

Lessi, giorni addietro, che l’uomo che ordinò l’edificazione della quasi infinita muraglia cinese fu quel Primo Imperatore, Shih Huang Ti, che dispose anche che venissero dati alle fiamme tutti i libri scritti prima di lui. Il fatto che le due vaste imprese – le cinque o seicento leghe di pietra opposte ai barbari, la rigorosa abolizione della storia, cioè del passato – procedessero da una persona e fossero in certo modo i suoi attributi inesplicabilmente mi soddisfece e, al tempo stesso, m’inquietò.” (Jorge Luis Borges)Le molteplici distruzioni delle grandi biblioteche dell’antichità, sono sempre state delle tragedie immense, la cui portata storica non si potrà mai valutare esattamente. In questo breve articolo, non affronteremo l’evidente questione della perdita incalcolabile di conoscenze antiche che accompagnava la loro distruzione, ma parleremo solo dell’aspetto politico e sociale di questi avvenimenti. Nell’incipit del suo celebre saggio “La muraglia e i libri” (nel libro “Altre inquisizioni”), il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges accosta la distruzione intenzionale delle biblioteche alla costruzione della Grande Muraglia Cinese. Questa parallelismo è singolare, ma molto appropriato. Le due azioni, apparentemente antitetiche tra di loro (una è pensata per proteggere e l’altra per distruggere), ottengono lo stesso risultato: consolidano il “potere” costituito. Distruggere in modo sistematico tutti i libri scritti fino a quel momento, significa cancellare la Storia per poterla riscrivere a proprio piacimento. Significa fare iniziare tutto da quel giorno, eliminando in un solo colpo tutto quello che è stato affermato, costruito e pensato prima.

Il fuoco alimentato dai libri non lascia dietro di sé nessuna traccia, nessuna base sulla quale poter costruire il futuro o, peggio, ricostruire il passato. Si deve fare i conti solo con il presente, senza dover temere confronti imbarazzanti con personaggi o idee del passato. Il grande scienziato Isaac Newton disse una volta: “…Se ho visto più lontano è perché stavo sulle spalle dei giganti (del passato)“.  Distruggere i libri significa uccidere quei giganti, e trasformare in colossi i nani contemporanei. Significa cancellare la memoria degli uomini, delle cose e delle idee del passato, togliendo loro anche il nome e l’anima. E avere la possibilità di dare (o ridare) un nome e un’anima alle cose e alle idee, procura un potere enorme a chi vuole governare in modo autoritario. Supponiamo che siano andati distrutti tutti i libri che parlino, per esempio, di Nazismo, di Comunismo, di Democrazia, di Cristianesimo o di Islam. In queste condizioni chiunque potrebbe imporre un’ideologia, una religione o una forma di governo senza che ci sia la possibilità di confrontarle con quanto di meglio (o di peggio) è stato prodotto in passato. Era quello che aveva sicuramente in mente il califfo Omar quando, nel 642, ordinò la distruzione definitiva della favolosa Biblioteca di Alessandria d’Egitto, affermando: “Solo nel Corano vi è tutta la verità che serve alla salvezza del credente. In quei libri o ci sono cose già presenti nel Corano, o ci sono cose che del Corano non fanno parte: se sono presenti nel Corano sono inutili doppioni, se non sono presenti allora sono false e perverse e vanno distrutte”. La distruzione della Biblioteca di Alessandria fu, per il patrimonio di conoscenze dell’Umanità, l’evento più catastrofico di tutti i tempi. Avvenne in almeno quattro fasi (il califfo Omar fu solo l’ultimo della serie), e alcune fonti affermano che, complessivamente, furono bruciati più di 700.000 tra libri e rotoli di papiro. Molti di quelli, probabilmente, erano copie uniche e quindi le opere sono andate irrimediabilmente perdute per sempre. Anche se non di queste dimensioni, ci sono state, in antichità, altre disastrose distruzioni di biblioteche che elencheremo solo in minima parte. Il più antico rogo di libri della storia è probabilmente quello della biblioteca di Tebe, ordinato nel 1358 a.C. dal faraone Akhenaton, che aveva sostituito il culto dei molti dei egizi con quello del solo dio Aton, e che quindi doveva cancellare la memoria di tutte le altre divinità. Come esempio perfetto di quanto abbiamo premesso, citiamo il sovrano babilonese Nabopolassar, che nel VII secolo a.C. fa distruggere tutte le opere che parlano dei suoi predecessori. Nel 213 a.C., il primo imperatore cinese Shih Huang Ti fa bruciare tutti i libri presenti nel suo regno, meno quelli di medicina e di agricoltura. Nel 168 a.C., i Seleucidi, dopo aver conquistato Gerusalemme, fanno abbattere la sua biblioteca ebraica. Nel 303 Diocleziano ordinò la distruzione di tutte le biblioteche cristiane, tra le quali anche quella di Cesarea, con i suoi 20.000 volumi. La biblioteca di Costantinopoli era straordinaria quasi quanto quella di Alessandria. Aveva sicuramente più di 100.000 volumi e possedeva opere praticamente uniche. Gli studiosi arrivavano da ogni parte d’Europa per consultare questo patrimonio inestimabile di conoscenze.

Tutto questo fu distrutto definitivamente dal sultano Amurat IV, che voleva cancellare dall’ex Impero Romano d’Oriente ogni traccia del passato. Come per la Biblioteca di Alessandria, il sultano fu solo l’ultimo di una serie alla quale contribuirono anche i Crociati cristiani nel 1204. Potremo continuare ancora con altri roghi di libri, ma vorrei terminare con un esempio più recente: il 10 maggio 1933, a Berlino, davanti a centomila persone, il ministro tedesco della propaganda Goebbels bruciò oltre 20.000 volumi, affermando che “… erano state scagliate nel fuoco le oscenità del passato. L’anima del popolo germanico può di nuovo tornare ad esprimersi. Questi roghi non soltanto illuminano la fine di una vecchia era, ma accendono la nuova …”. Sicuramente tra quei volumi ci sarà stato anche qualche libro del poeta tedesco Heinrich Heine, che nella sua tragedia “Almansor”, profeticamente aveva scritto (siamo nella Germania del 1823): “… dovunque si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini …”. Il primo campo di concentramento nazista fu aperto il 22 marzo 1933, poco più di un mese prima del rogo dei libri del 10 maggio. Come annunciato, abbiamo parlato solo di una parte delle distruzioni sistematiche di libri e biblioteche, non affrontando minimamente l’altro aspetto di queste tragedie: la perdita irrimediabile delle conoscenze storiche e tecniche degli antichi. Chissà quante cose abbiamo dovuto reinventarle di nuovo.