“Tromba terrestre si abbatte su Cervetri”

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di Angelo Alfani

“Le condizioni atmosferiche della notte dell’8 novembre 1886 furono favorevoli alla formazione di due trombe, l’una recata a pubblica notizia dai giornali della città, l’altra scoperta da me nei guasti avvenuti lungo la via Ostiense.”
La temperatura era insolitamente alta, il doppio della norma, violenti i colpi di vento che in 3 minuti percorsero 4 chilometri.

“Della tromba di Cervetri abbiamo un testimonio di vista in una domestica del Sig. Calabresi che al bujo della notte la riconobbe da un interno splendore rassomigliato a fiamme, e che tramandò dopo il passaggio un forte odore di zolfo.

La tromba cervetrana venne generata alle 7.30 p.m. con orientazione sud-nord e con la dimensione del vertice che toccava terra.
L’origine della traiettoria fu a mezzo del 49° kilometro da Roma, sulla ferrovia per Civitavecchia.

I cantonieri si presentarono sulla linea e scambiarono il frastuono della bufera con quello del treno in corsa, quella sera in ritardo. I pecorari, sorpresi nei casolari, udirono l’avvicinarsi della bufera da un fracasso simile a scarica di spaventosa grandine.

La tromba, nella località di Sanguinara, divelse alberi e li coricò, toccò di fianco il palazzo Calabresi, ed oltre a far saltare in aria volticelle di muro abbatté una intera muraglia di oltre cento metri di lunghezza e mezzo metro di spessore, poi, scaricatasi sulle tombe etrusche, disfece un gruppo di alberi rovesciandoli in tutte le direzioni.

Dalle rovine lasciate non risulta il senso di rotazione; emerge però una dimensione del vertice di circa cento metri.”
Se è notte o assai buio il vortice della tromba è luminoso e solleva e trascina nelle sue spire quanto incontra sulla terra. Dunque una tromba di fuoco attraversò il territorio cervetrano dal mare ai monti, rendendo stupiti e tremanti animali, alberi e costringendo i rari umani a scappare dalle case ed inginocchiarsi a San Michele.

Dei turbini ne parla addirittura Lucrezio nel De rerum natura che così lo descrive: “Talor pei campi infuriato scorre con turbo orrendo,/e le gran piante atterra,/talor col soffio/ impetuoso svelle le selve annose,/ impetuoso va superbo e fa fuggire le fiere ed i pastori”.
Ne parla Dante nella Divina commedia e Niccolò Machiavelli così descrive la tromba che si abbatté su Pisa: “Un turbine di nuvolaglia grossa e folta, spinta da superiori forze, …nasceva un romore mai più udito. Ciascuno che lo sentì giudicò che il fine del mondo fosse giunto”.

In un tempo in cui si crede anche all’ultimo arrivato è opportuno ribadire che questo tipo di fenomeni atmosferici, così come i terremoti, sono sempre avvenuti.
Un testo scritto nell’800 da Francesco Aglietti proprio sui di turbini, descriveva il popolo italiano come abituato a credere alle più evidenti fandonie.

“Ella è credenza che i turbini si siano fatti più frequenti e dannosi dopo lo svegro dei monti,e la distruzione dei boschi dal monte al piano.
Essi sostentano che una volta i turbini erano rarissimi e quasi ignoti. Simile errata opinione correva già almeno due secoli prima d’ora.

Potrebbe essere questa una delle tante lagnanze che gli uomini, queruli sempre e malcontenti del presente, fanno sul presente stesso al confronto del passato. Ciò che nuoce o non piace crediamo sempre che sia di nuova data ond’è che così crediamo rovesciate del tutto le stagioni, mutato perfino l’immutabile ordine dell’universo, gli uomini di altro impasto, e così discorrendo.

Ma se vorremmo esser giusti e riflessivi ci ricorderemmo come tali querele e disastri noi già udimmo da i Padri nostri, essi dagli avoli, questi dai bisavoli e via dicendo.”