SIBLINGS: I FRATELLI INVISIBILI DEI DISABILI

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a cura della Dottoressa Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapeuta

Dott.ssa
Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapauta

Negli ultimi anni si sta osservando con un occhio particolare i parenti di persone disabili. In un mio recente articolo ho parlato, infatti, dei famigliari del malato di Alzheimer. Una particolare attenzione viene data, da qualche decennio, ai genitori di bambini nati con una disabilità e, ultimamente, anche ai loro fratelli.

Durante la gravidanza emergono delle fantasie riguardo il futuro bambino, come cambierà la vita famigliare e coniugale, come coinvolgere gli altri bambini nell’arrivo del nuovo fratellino. Quando viene comunicata una diagnosi di malattia genetica, la gravità e le aspettative, i genitori devono modificare il loro immaginario sulla base di una difficile realtà.

La famiglia, poi, viene catapultata in un mondo spesso sconosciuto fatto di certificazioni per avere agevolazioni statali sia per il figlio sia per loro stessi, progetti di riabilitazione; così, difficilmente i genitori hanno la possibilità di pensare all’elaborazione del dolore. Talvolta capita che la coppia si separi. Dolore su dolore.

In questo scenario attori importanti, ma spesso dietro le quinte, sono gli altri figli. I genitori spiegano le problematiche del fratellino, almeno ciò che pensano di aver capito e/o ciò che pensano sia importante sapere. Anche loro, comunque, capiscono che qualcosa non va.

La nascita di un fratellino fa nascere naturali gelosie negli altri figli che, solitamente, vengono agite in vari modi (psicosomatosi, regressioni più o meno evidenti, ricerche di attenzioni varie, ecc).

Ma in una situazione in cui il neonato ha dei problemi, in una situazione in cui la famiglia cerca di adattarsi alla patologia del bambino, in una situazione in cui talvolta c’è poco tempo per pensare ma bisogna agire prima di subito, i fratelli hanno la possibilità di esprimere i loro sentimenti? Quindi, cosa provano davvero i siblings?

Poche sono le testimonianze e poche sono le persone che accettano di parlare delle loro emozioni. In una famiglia con un bambino disabile, gli altri figli probabilmente provano le stesse emozioni (gelosia, rabbia, senso di abbandono, paura di aver perso l’affetto dei loro genitori).

In più vedono che qualcosa non va, ascoltano i discorsi, percepiscono le emozioni degli adulti senza avere, talvolta, qualcuno che li aiuti a decodificarli in modo adeguato. Forse non hanno la possibilità di chiedere perché vedono che i genitori si preoccupano del fratello, vedono che la loro vita famigliare è cambiata e il perno della quotidianità è l’evitare che il fratello o la sorella stia male, vedono che la loro casa è invasa da persone sconosciute che si occupano del fratellino al posto o insieme ai genitori.

Per questo motivo si danno spiegazioni personali, non sapendo cosa c’è dietro un determinato comportamento o una reazione dell’adulto. Così arrivano a pensare, in modo inconscio, che sia meglio diventare “piccoli adulti, bravi e competenti” per essere considerati dai genitori, per aiutarli, per non essere un’ulteriore preoccupazione.

Da grandi, affrontando la società, probabilmente devono affrontare l’essere “fratello del disabile”, magari provando vergogna o rabbia di essere presi in giro. Spesso iniziano a provare e a manifestare l’affetto che li lega ai fratelli, a pensare che in un futuro lontano anche loro si dovranno occupare del fratello disabile e magari, scelgono un corso di studi adatto.

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