L’IMPORTANZA DELLA SEMEIOTICA DEL POLSO ARTERIOSO

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“C’ERA UNA VOLTA IL WEST”
A cura del Dottor Professor Aldo Ercoli

Dottor Professor
Aldo Ercoli

Nessuno può negare l’importanza, in ambito medico, delle moderne indagini diagnostiche siano esse ematologiche o strumentali. Basti pensare alle TC, RM, PET, Angioplastica… per rendersi conto di quanti progressi, queste ultime, abbiano fatto compiere alla Medicina.

I test diagnostici inoltre sono molto utili per uno “screening” al fine di individuare i fattori di rischio di una malattia o per svelare una patologia non ancora manifesta in soggetti che non presentavano sintomi.

Gli stessi test possono essere utili anche per la diagnosi nell’aiutare a confermare o escludere la presenza di una patologia nonché, parimenti, nella gestione del malato.  Un esempio che vale per tanti altri è rappresentato dal carcinoma della prostata che può essere inizialmente individuato mediante il dosaggio del PSA (antigene prostatico specifico).

Ritornando agli esami strumentali come si fa a negare l’utilità della RM ad esempio nel cranio? E’ però molto costosa.  I test diagnostici incidono molto nella spesa sanitaria nazionale di ogni paese. Questa lunga premessa è in perfetta sintonia con quanto, da svariati anni, scrivo su questa pagina di “Salute- Benessere”.

La semeiotica medica, ossia la vera arte medica, da un bel po’ è stata messa in secondo piano, quasi svilita perché, da più parti, considerata “un’anticaglia”. Procedendo così, spezzettando sempre più ogni organo ed apparato del corpo umano, la figura del sanitario ha assunto connotati ben diversi rispetto al passato.

Fantasie romantiche da antiquariato le mie? Se si conoscesse a fondo la semeiotica (così come la insegnavano Valdoni, Frugoni, Ottaviani, Condarelli (e tanti altri veri maestri) potremmo rivalutare, pur con l’ausilio delle nuove tecnologie, la figura del medico, fino a farla risplendere di vera luce, capace di generare rispetto, ammirazione, devozione… altro che “superspecialisti del mignolo!”.

Chi conosce bene oggi (e soprattutto chi lo mette in pratica) l’esame routinario del polso arterioso? Che cosa sta ad indicarci un polso ipocinetico? Quello che veniva chiamato polso debole o pulsus parvus? Una ridotta pressione arteriosa differenziale dovuta, di solito, ad una diminuita gettata cardiaca (scompenso cardiovascolare, infarto, shock, tamponamento cardiaco, cardiomiopatie…) associata ad un aumento delle resistenze periferiche (shock, ipovolemia, malattie dell’aorta quali la coartazione o la sindrome dell’arco aortico etc).

E, all’opposto, quanto può suggerirci invece un polso ipercinetico (polso celere) vi è un’aumentata pressione arteriosa differenziale prodotta da diverse combinazioni (aterosclerosi, ipertensione, ansietà, febbre, blocco cardiaco completo, ipertiroidismo, anemia, fistola aterovenosa etc…).

Troppo difficile palpare un polso? Che dire allora del pulsus parvus et tardus (stenosi valvolare aortica), del pulsus bisferiens, un polso che batte due volte, più comunemente presente nella steno-insufficienza valvolare aortica? Vogliamo parlare del pulsus alternans, in cui le onde del polso, in presenza di ritmo regolare, sono alternativamente forti e deboli? E’ questo un segno tipico (meglio rivelato con lo sfigmomanometro) di un’insufficienza ventricolare sinistra che può tuttavia essere presente dopo un attacco di tachicardia parossistica in un cuore altrimenti sano.  Come poi dimenticarsi del pulsus paradoxus?

Di quella “condizione in cui la diminuzione della pressione arteriosa sistolica, che è normalmente presente in inspirazione, supera i 10 mmHg (limite massimo durante una respirazione tranquilla?” (Lange – Guida Pratica 2001).

E’ un classico segno di tamponamento cardiaco o di pericardite costrittiva ma anche di alcune severe patologie polmonari. E vi sembra questo un rilievo clinico di poco conto? E’ un gioco la vita umana altro che storie!! Quante volte poi si misura la differenza di polso e pressione tra le braccia e le gambe?

Oppure la differenza di polso e pressione tra le braccia?  Vi sono in ballo malattie congenite (es. coartazione aortica; persistenza del dotto di Botallo; stenosi aortica sopravalvolare) oppure alterazioni acquisite (sindrome di Takayasu; del furto della succlavia; l’embolia polmonare; l’aneurisma dissecante etc…).

Nel 1993 il prof. Harold Friedman all’Università di Denver (Colorado-Usa) ci sottopose ad una “full immersion” di due giorni proprio sull’importanza della valutazione del polso (carotideo, radicale, femorale, pedidio…).  Io non l’ho mai dimenticato quell’illustre clinico perché era in perfetta linea con i migliori docenti italiani che avevo in parte conosciuto negli anni universitari e anche dopo.

Qualcuno obietterà, a queste mie considerazioni, che in tante malattie cardiovascolari, da me citate, un semplice ecocardiogramma risolve tutto. Può anche darsi. Ma senza conoscere le patologie umane lo strumento tecnico serve solo ad “appiattire il cervello”. Non potrò poi mai scordare le accese dispute scientifiche (nel 1979-82) tra la valente ecografista dottoressa Jesi ed il primario prof. Michele Pistolese nel reparto di Cardiologia dell’Ospedale S. Filippo Neri.

Lui era capace, con la sola visita medica, di arrivare alla giusta diagnosi prima dell’ecografista. Certo erano altri tempi. Credo che forse siano state altre persone.

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