“La massa non può cambiare le cose”

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Abbiamo incontrato Ascanio Celestini la sera del successo del suo spettacolo al castello di Santa Severa
di Dora Scalambretti

C’è sempre un atmosfera magica negli spettacoli che si svolgono in questo periodo al castello di Santa Severa, all’interno del cartellone “Sere di estate”. Ma la sera che vi andiamo a raccontare è stata particolare. E lo si capiva dal pienone, dai personaggi politici sistemati in prima fila di fronte al parco. L’attesa è stata breve, si accendono le luci e lui compare, solo, su quell’enorme palco. Mi chiedo, ma come farà a riempirlo tutto a trattenerci tutti, ma lui compare, il riflettore fisso su di lui e mi accorgo che lo riempie tutto quel palco, lo riempie con la parola che ironicamente denuncia le contraddizioni di questo nostro piccolo paese. Ascanio Celestini ci fa ridere a denti stretti iniziando con l’atteggiamento passivo di un uomo che vede gocciare un lavandino e non si alza per chiuderlo perché non spetta a lui. La stessa passività che, a fine spettacolo lo farà morire affogato mentre si addormenta. Parla del ragazzo Giuliani e degli altri morti ammazzati senza giustizia perché la divisa non si processa mai e noi siamo troppo presi dal nostro ego per poterceli ricordare il giorno dopo. Parla dei bambini cretini, anzi noi adulti pensiamo che i bambini sono cretini, così che la maestra li mette tutti in fila indiana, ma questa fila non è omogenea e quindi, democraticamente l’insegnante elimina il diverso, uno perché è nero l’altro perché è cinese, un altro perché è paffuto e con gli occhiali, finchè non resta solo l’insegnante. Però, nel piccolo paese nessun bambino viene bocciato. Poi ci parla di Toni il mafioso che diventa donna, trattando così della situazione della donna vista come oggetto di consumo. Diventare donna è perdere il potere e quindi c’è una classe politica “depenalizzata”. Il piccolo paese è la grettezza dell’Italia di una sinistra democratica che è uguale alla destra, mentre la sinistra vera lascia fare per non far cadere il governo. E’ l’immobilismo totale che porta alla morte dell’anima. E come non correre ad intervistare un personaggio in grado di regalare al pubblico tali e tanti motivi di riflessione?

Attore teatrale, regista cinematografico, scrittore e drammaturgo, dovendo scegliere per cosa opterebbe?

“Per me, in realtà, sono più o meno la stessa cosa, nel senso che il piacere che io provo nel fare questo lavoro è un piacere che deriva dal fatto che raccolgo delle storie. Guarda, c’è una cosa molto bella che mi disse la compagna Laura Strappa, compagna di Mauro Londero che è stato un grande fotografo e nonostante sia stato uno dei più grandi fotografi del Novecento, lei mi diceva, guarda secondo me Mauro faceva le fotografie soltanto per parlare con delle persone, ascoltare le persone. Ecco, io faccio questo lavoro soprattutto per questo. Il mio interesse principale è ascoltare le storie delle persone. Nel senso che la mia storia, ma anche la tua, la sua e quella di qualsiasi altra persona non è tanto interessante quanto la storia di cento, duecento, mille persone e a me interessa raccogliere tutte queste storie”.

Si, ma tu stai sempre dalla parte degli ultimi, no?

Ma perché sono più interessanti. Io non penso che il presidente del consiglio di amministrazione di una multinazionale abbia meno cose da dire rispetto a un barbone. Solo che , il Barbone te le dice, il presidente del consiglio di amministrazione di una multinazionale non te le dice, ha molte più possibilità di difendersi, è molto più corazzato. Il barbone te le dice, il detenuto te le dice. Io ho fatto delle interviste con dei detenuti che non posso ne pubblicare ne farle ascoltare semplicemente perché finirei in galera io e resterebbero in galera loro. Perché, nella loro debolezza non hanno barriere, non hanno limiti”.

Dicono delle grandi verità?

“Dicono quello che direbbe ciascuno di noi se non si ponesse dei limiti”.

Parli spesso della psichiatria che è un mondo che ti ha affascinato, che cosa ti ha dato?

“Io ho cominciato a fare un lavoro sull’istituzione psichiatrica perché penso che, le grandi rivoluzioni, si fanno contro le grandi istituzioni, cioè, che parlare del sistema in generale non significhi nulla, del potere in generale non significa nulla. Chiunque ha un potere. Nel senso che anche lei che ha questo telefono in mano ha un potere che io non ho. Il mio potere sarebbe togliergli il telefono mentre sta registrando quello che sto dicendo io e quello che dici tu, ma questo non è un potere vero, mentre invece, le rivoluzioni si fanno contro le grandi strutture, i grandi meccanismi e a me sembrava che, tra le grandi rivoluzioni del Novecento, una tra le più importanti, fosse proprio quella contro le istituzioni psichiatriche. Poi pian piano mi sono reso conto, ma io me ne sono reso conto non perché l’ho scoperto io, perché molti altri lo sapevano prima di me, io l’ho scoperto un po’ più tardi, che quello stesso meccanismo, nonostante fosse stato fatto a pezzi, all’interno di molte istituzioni psichiatriche, poi lo ritroviamo molto simili in tante altre strutture. Ma questo, prima che lo dicessi io dieci anni fa, lo aveva detto Basaglia nel 68. Quando per parlare dell’istituzione psichiatrica, nel famoso testo l’istituzione negata, comincia parlando della scuola, la famiglia, il campo di concentramento, la fabbrica eccetera  , dicendo che queste sono tutte istituzioni sorelle, quindi, se vogliamo veramente combattere questo potere, questa istituzione, dobbiamo combattere la relazione tra chi ha il potere e chi non ce l’ha. Quindi mi sono reso conto che abbiamo fatto un passo avanti straordinario, epocale, con la legge 180 del 1978”.

Però, stiamo ancora a rischio….

“Però poi abbiamo ancora il carcere, la scuola, i banchi da una parte e la cattedra da quell’altra, la lavagna attaccata al muro. Che per altro oggi sono super difese”.

E anche super superate?

“Teoricamente si, filosoficamente si, il problema è che i filosofi contano meno dei gelatai in questo paese. Non ho niente contro i gelatai ma però Antonioni diceva che in Italia basta che uno ha una divisa, anche se è un gelataio, gestisce un  potere. E quindi abbiamo appunto, i gelatai al potere in questo periodo”.

Tu fai sempre spettacoli e libri di denuncia, è come se tu voglia scuotere gli animi. Che cosa ti aspetti da chi ti segue, ti aspetti qualcosa come un risveglio?

“No, no. Io mi ricordo che una volta abbiamo dato un premio a Milena Gabanelli, era qualche anno fa, c’era tanta gente, c’erano più di mille persone, si chiamava premio Trabucchi e la passione civile. Una persona gli ha chiesto: ma lei signora Milena Gabanelli non si aspetta che il lunedì mattina, perché la trasmissione Report andava in onda la domenica sera, non si aspetta mai che il lunedì mattina ci sia una rivoluzione?  Lei rispose: ma io spero che non si trovi mai nessuno così potente da spingere milioni di persone a scendere in piazza. Quindi, se ci fosse una rivoluzione fondata su principi che sono i miei stessi principi e che spostasse milioni di persone, io starei dall’altra parte. Nel senso che non credo proprio che la massa possa davvero cambiare qualcosa”.

Quando racconti le storie, delle volte, sei forte e entri negli animi, anche perché se no, non ti occuperesti del sociale. Che ti aspetti?

“Io mi aspetto che qualcuno venga lì e mi dica, ma hai letto questo libro? Hai visto questo film? Cioè confrontiamoci. Io faccio l’artista non faccio il politico. Io mi aspetto che qualcuno mi dica, ma hai letto questo testo? Hai letto questo libro? Hai visto questo film? Hai sentito questo cantante? Che ne pensi di questo scrittore? Io voglio confrontarmi con le persone”.

Quindi tu ti aspetti stimoli?

“Si, certamente. Non mi aspetto persone che dicono io la penso come te. Perché io non lo so, io vado dall’analista , adesso sto in vacanza , se no il martedì pomeriggio alle 16,20 io sto lì. Non penso né di cambiare il mondo ma neanche di conoscerlo il mondo. Penso che sia molto più interessante immaginarselo il mondo. Cioè l’artista questo deve fare. Almeno, l’artista come io lo vedo e lo reputo artista. Né di conoscerlo, né di cambiarlo ma proprio d’inventarselo un mondo”.

Un mondo nuovo?

“Si quello che sta nella testa dell’arista. Esseno l’artista un pezzo del mondo è anche il cervello di un artista un pezzo del mondo”.

Tu hai fatto tantissime cose, regista, libri, teatro. C’è un personaggio al quale sei più legato? Dove ti sei più rivisto? Ogni artista mette sempre una parte di se autobiografica?

“Io non riesco a scrivere, poi scrivere è una parola troppo grande, a pensare a una storia nella quale non ci sia qualcosa che io ho vissuto direttamente, che non significa che tutto quello che scrivo l’ho vissuto nel senso che l’ho come dire, agito proprio, ma l’ho vissuto perché qualcuno me lo ha raccontato. Per questo non metto in scena i classici. Ma non perché penso che Shakespeare sia un cretino. Figuriamoci. E’ un genio, o Moliere ma anche Dario Fo per dire, Edoardo De Filippo. Sto parlando insomma di persone che stimo, che ho stimato. Semplicemente credo che l’artista ha questa grande possibilità di parlare sempre di se stesso. Però, a differenza della casalinga depressa che parla di se stessa in cucina mentre fa la frittata per il marito che torna dall’ufficio, che è una cosa sacrosanta, l’artista ha la possibilità di parlare di se stesso parlandone anche agli altri cercando di creare una relazione. Per cui sai, tutti i miei personaggi passano attraverso di me.  Sai, una domanda che fecero a Hrabal, scrittore cecoslovacco, gli dissero ma Flaubert ha scritto Madame Bovary gesù se muà e lui ha risposto si, si, ma anche io Madame Bovary se muà. Mi fa ridere pensare Hrabal e Madame Bovary, però anche io sono Madame Bovary da questo punto di vista, almeno dal punto di vista di un alcolizzato cecoslovacco morto”.

 

 

 

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