La fine del mondo contadino a Cerveteri

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© Le campagne della Cornacchiola

di Angelo Alfani

Nell’estate del settantacinque piccoli, ma ripetuti e violenti fatti di cronaca, costituirono motivo per Pasolini di mettere sotto botta i giornali che li titolavano: Assurdo episodio.

Assurdo forse nel ’65. Oggi è la normalità, parte di una rivoluzione antropologica unica, che comprende anche la mutazione delle casalinghe’scrive l’intellettuale friulano sul Corriere della Sera.

Fu una delle ultime volte che il Poeta ebbe modo di denunciare ‘la fine del mondo contadino…, il prevalere intorno a me di una folla infimo-borghese, che sa di esserlo e vuole esserlo’ temi a lui cari e sui quali, con immutata passione, scriveva da un decennio. Fu massacrato poche settimane dopo.

Il terremoto sociale avvenuto a Cerveteri nell’ultimo secolo, con le continue scosse che producevano via via nuovi assestamenti sociali, avvalora questa visione.

Prendiamo come incipit il censimento agrario del 1.930 che disegna una Cerveteri che aveva perso Castel Giuliano e non aveva ancora annesso la fettuccia che, dal fosso Sanguinara, attraversando querce secolari, raggiungeva la villa di Pompeo.

La popolazione presente era complessivamente di 3.032: 23 abitanti per km quadro. Di questi 2.017 vivevano nei Centri e 1.015 nelle case sparse. I residenti risultano appena 2.590.

La popolazione agricola era così suddivisa: conducenti terreni propri 36 nuclei famigliari con 201 componenti; fittavoli 19 nuclei famigliari con 104 componenti; coloni 28 nuclei famigliari componenti 141; giornalieri nuclei famigliari 170 componenti 795; altri addetti 104 famigliari componenti 471. Complessivamente 357 famiglie per 1.712 componenti.

Quattro aziende agricole possedevano 4.520 ettari, altre ventotto altri 3.82. I restanti 692 ettari se li coltivavano 230 cervetrani. La conduzione di tali aziende era a stragrande maggioranza in affitto o a conduzione mista.

La ripartizione della superficie agraria era per 6.320 ettari seminativa con produzione di frumento tenero e duro, altri migliaia di ettari a pascolo, poco più di cento ettari a piante legnose specializzate. Tante le viti a spalliera con sostegni vivi, molti gli olivi, ed i fichi. Non mancavano carciofete, distese di broccoli ed i fagioli bianchi di Cerveteri, prelibatezza riconosciuta nei mercati della Capitale. I boschi racchiudevano, col loro intenso verde da querce e lecci, la piana.

Il bestiame presente era così suddiviso: 957 bovini,897 equini, 281 suini e ben 25.903 ovini.

Insomma una società agropastorale a tutto tondo, in cui miserie e manifeste prepotenze dei proprietari terrieri e dei loro lacchè erano consuetudine.

Nel dopoguerra assistiamo alla grande rivoluzione conseguente alla conquista delle terre, voluta dai rossi, assegnate ai più miserabili. Rivoluzione che modificò profondamente l’assetto della proprietà terriera di Cerveteri, non facendo venir meno però il carattere fondamentale di società agricola.

I contadini, fino agli inizi del sessanta costituivano ancora la maggior parte della popolazione cervetrana.

La mia generazione è quella che li ha visti progressivamente e repentinamente scomparire.

E’ un dato di fatto che per far scomparire una cultura che, nelle sue linee generali era rimasta inalterata per cinquemila anni, ci sia voluto così poco tempo. Se anche qualcosa della civiltà contadina continua a vivere noi sappiamo che la civiltà contadina non esiste più, che appartiene al passato” scrive Giorgio Agamben.

E se i contadini sono il passato, gli operai sono sulla strada della estinzione.

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