La domanda di senso tra cristianesimo e grecità

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WLT204682 Sappho and Alcaeus, 1881 (oil on panel) by Alma-Tadema, Sir Lawrence (1836-1912); 66x122 cm; © Walters Art Museum, Baltimore, USA; (add.info.: both were Greek lyric poets from Lesbos;); English, out of copyright

di  ANTONIO  CALICCHIO

La domanda sul senso della vita si  solleva quando  accadono le disgrazie, perché quando capita la felicità, non si chiede il senso della felicità.

Ma cos’è la felicità? La felicità è l’autorealizzazione di se stessi, come riteneva Aristotele, secondo il quale ogni uomo è fornito di una vocazione, di una inclinazione, che egli chiama daimon; ciascuno ha il suo demone: il musicista, l’artista, il filosofo, l’uomo che lavora manualmente. E la felicità in greco si dice eudaimonia: “la buona realizzazione del tuo demone”. La felicità è, quindi, autorealizzazione. Oggi,  si versa in una condizione radicalmente opposta, perché, qualsiasi professione si eserciti, ci si trova inseriti a realizzare i fini degli apparati di appartenenza e non, invece, le proprie istanze o la propria vocazione o la propria inclinazione psicologica in ordine all’autorealizzazione. Tutti abbiamo un progetto esistenziale, ma, poi, ci addoloriamo, ci affliggiamo, perché non riusciamo a realizzarlo, non per colpa nostra, ma per la ragione che esistiamo solo come funzionari di apparati. Dal lunedì al venerdì siamo assorbiti da questi apparati – chiamo apparato la scuola, gli ospedali, tutte le professioni – dopo cinque giorni potremmo occuparci di noi stessi nel week end, ma, vista la desuetudine con cui entriamo in rapporto con noi stessi, nel week end fuggiamo da noi stessi come dal peggior nemico.

La difficoltà che attualmente ha l’uomo è di interiorizzarsi, di conoscere se stesso, perché se non si conosce se stesso, non ci si può neanche autorealizzare; da ciò scaturisce l’alienazione, molto più radicale di quella segnalata da Marx, dove l’io lavora per l’apparato, per “altro” rispetto a sé, che rende il progetto irrealizzabile. E lo stesso amore viene snaturato: l’amore è la destrutturazione del proprio io, l’amore trasforma quello che io sono, disorienta, e, dunque, fa compiere un passaggio di trasformazione; se, invece, l’amore mi lascia identico, amore non è. Anche la mitologia greca illustrava amore come un demone che lanciava frecce. Esso, dunque, deve procurare una ferita alla soggettività, un disorientamento, e soltanto quando io sono violato, sono, allora, preso da amore, altrimenti la cosa mi lascia indifferente.

E sebbene noi siamo animali sociali e la vita di ciascuno non avrebbe scopo senza la presenza degli altri, ciò nonostante viviamo in un’epoca in cui l’individualismo viene sempre più esaltato, determinando una involuzione culturale, perché, come afferma Aristotele: “l’uomo non basta a se stesso, ha bisogno degli altri”. Donde quella definizione: animale sociale, zoòn politikòn.  La nozione di individuo è di matrice cristiana, perché il primato dell’individuo è stato introdotto dal cristianesimo, con la nozione di anima; ciò che importa è salvare l’anima. E di qui nasce l’individuo. Per il mondo greco, l’individuo aveva senso all’interno della città, della  polis, il primato era della città, della società, e non dell’individuo. Con l’avvento del cristianesimo, si capovolge il rapporto, e il primato è dell’individuo, tant’è che a partire da Agostino, poiché l’importante è salvare l’anima e l’anima è salvata individualmente, allo Stato viene conferito solamente il compito di rimuovere gli ostacoli che si dovessero frapporre alla salvezza dell’anima e non di realizzare il bene comune, come, invece, era per i Greci.

E come si spiega l’esistenza della sofferenza in ogni sua forma? La sofferenza è parte della vita. Per i Greci, la sofferenza apparteneva alla vita esattamente come la gioia; è stato il cristianesimo a caricare la sofferenza di un valore. Per i Greci, non aveva alcun valore il soffrire, il quale apparteneva alla natura, perché, siccome l’uomo è mortale, prima o poi, dovrà soffrire per morire, in quanto non si muore perché ci si ammala, ma ci si ammala perché, di fondo, bisogna morire. Il cristianesimo, invece, ha fornito di senso il dolore, poiché  riscatta dalle proprie colpe e costituisce la caparra per l’eternità. Il dolore acquista senso unicamente all’interno della cultura cristiana, fuori dalla quale è semplicemente un destino, al pari della gioia. La vita è composta di gioia e di dolori, ed è intrinseco alla natura dell’uomo soffrire e gioire. Il dolore non ha un particolare significato. E lo stesso concetto di morte, è differente per i Greci e i cristiani. In Grecia, vi erano due parole per nominare l’uomo: la parola aner e la parola anthropos, che non erano mai utilizzate. All’epoca di Omero, si usava la parola brotos, che vuol dire: colui che è destinato a morire; all’epoca di Platone, thnetos: il mortale. Mentre i Greci prendono sul serio la morte, i cristiani, invece, non credono ad essa, perché pensano che dopo questa vita ve ne sia un’altra. Da tanto derivano le figure della speranza, della consolazione, che si traducono, poi, in: “sopporto tutti i dolori della vita, dato che, poi, ce n’è un’altra” e, quindi, nell’accettazione incondizionata della sofferenza. Se noi entriamo nelle chiese e guardiamo le iconografie che caratterizzano i vari altari, vediamo solamente scene di dolore, di sofferenza, di crocifissioni, di cuori infranti.

Il riferimento è alla cultura cristiana e a quella greca, dal momento che esse sono le due radici dell’Occidente: le radici della fede e quelle della ragione. La ragione dà il senso del limite umano; ed infatti, le due massime dell’oracolo di Delfi, citato da Platone, erano: “Conosci te stesso” e, soprattutto: “Evita gli eccessi”; ecco, cosa evita l’eccesso? La razionalità, il ragionamento. La fede comunica delle promesse, relative alla vita eterna, alla salvezza, risponde alla domanda di senso. Ed infatti, i cristiani concepiscono il tempo come un tempo escatologico – éskhatos è una parola che significa ultimo – dove, alla fine, si attua quello che all’inizio era stato annunciato; ed allora, il tempo acquista un senso, perché iscritto in un disegno, in un progetto. I Greci, invece, i quali pensavano che il tempo fosse ciclico – primavera, estate, autunno, inverno – e che, quindi, gli uomini seguissero il destino della natura – la quale natura non ha senso perché semplicemente è la ripetizione della sua vitalità – non si ponevano il senso della vita, giacché il loro tempo non era iscritto in alcun disegno, ma era situato in un ciclo, che era il ciclo naturale.