La coscienza costituzionale nella prospettiva antropologica, democratica e pacifistica

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di  ANTONIO CALICCHIO

 La differenza intercorrente tra l’Italia del XIX sec. e quella attuale, sul piano della sua unità morale nella coscienza dei cittadini, è che alla coscienza politica nazionale si è aggiunta, negli ultimi settant’anni, la nuova coscienza costituzionale, che dà una originale fisionomia civile al nostro Paese.

Negli ultimi quattro secoli, anteriori alla seconda metà del ‘900, gli Italiani hanno continuato a sentirsi estranei alle istituzioni, con cui veniva governata la loro ordinaria vita pubblica: una traumatica alienazione dello spirito collettivo. Il Diritto era strumento di potenza dei signori stranieri, o, quantomeno, esso era  dominio riservato della ristretta classe dirigente; il Diritto, nell’ambito dell’esperienza subita da Renzo Tramaglino, esemplare personaggio dell’Italia sotto un regime di servitù, apparteneva ai signori in grado di leggere.

Nell’Italia coeva al 1870, la novità, apportata dalla metamorfosi degli antichi regimi, in una comunità unitaria e liberale della nazione italiana, è sorprendente e sconvolgente. E, in conseguenza del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, sono avvenute, in Italia, la prima presa di coscienza e la prima sensibilizzazione collettiva del proprio destino politico. Per la prima volta, l’esercizio del potere normativo ha ricevuto un crisma di autentica legittimità ad opera del popolo italiano, pur diviso nei suoi orientamenti, però, unito proprio nell’atto della libera decisione e della scelta.

A seguito di ciò, in concomitanza con l’avvento della repubblica popolare – che, cioè, riconosce nel popolo un soggetto giuridico collettivo e la fonte di sovranità – origina un processo di radicamento della coscienza costituzionale. Trattasi della coscienza diffusa – e, anzi, individualizzata – che la comunità è titolare di una sua struttura civile unitaria, che viene espressa e trasmessa coi principi fondamentali della Costituzione. Di essa, ogni cittadino, nessuno escluso, è depositario e responsabile, sebbene in gradi e funzioni diversi, ma senza distinzioni essenziali di casta per effetto dell’appartenenza ad una classe sociale, com’era nell’Italia del 1870, o a un partito politico, com’era sotto il regime fascista.

Del resto, preme specificare che questa nuova coscienza costituzionale differenzia la situazione di oggi da quella dell’Italia degli anni settanta nel XIX sec.; ed infatti, si può affermare che gli Italiani sono usciti dall’analfabetismo politico e, persino, letterale, per quanto concerne la carta fondamentale dei valori civili, da cui deriva l’obbligazione politica. Si è concretizzato il sogno dei primi patrioti repubblicani della fine del ‘700 – detti “giacobini” – che fu quello di rivelare, a tutti e a ciascuno, una tavola di valori politici, nonché di far riconoscere all’uomo la sua essenza di cittadino. E, quanto agli statuti e alle varie carte costituzionali, che, dalla fine del ‘700 alla metà del ‘900, hanno visto la luce in Italia – ivi compreso lo Statuto albertino, concesso, nel 1848, dal re Carlo Alberto di Savoia, ai sudditi del Regno di Sardegna e, con l’unificazione nazionale, esteso al resto del territorio nazionale – si può asserire, con sicura coscienza storica, che la loro conoscenza fu molto limitata, in quanto ristretta ad una classe politicamente privilegiata sulle altre.

L’anzidetta constatazione, inerente all’esistenza di una nuova coscienza costituzionale, consente di rilevare che, se, da un lato, la società italiana è, e deve essere, politicamente divisa, poiché un ordinamento democratico vive sulla base della dialettica delle idee, degli interessi e dei partiti, altrimenti, in luogo di un ordinamento democratico, si avrebbe il regime del conformismo e della servitù degli Stati totalitari; d’altro lato, questo tessuto sarebbe lacerato, questo tesoro di esperienza civile e morale andrebbe disperso e perduto, qualora non esistesse un idem sentire de re publica, una ideologia civile comune a tutti i cittadini, che è quella garantita dall’ordinamento giuspolitico dello Stato repubblicano. Bentham sosteneva che le leggi fondamentali sono come quelle catene, che si portano sul palcoscenico, e che devono sembrare pesanti agli spettatori, ma essere leggere per gli attori; così le leggi, “modellate dai loro portatori per adattarle ai loro scopi, servono a far rumore, ma non a legare i movimenti”.  

Va notato che, a settant’anni dall’entrata in vigore del nuovo ordinamento repubblicano, non è dubbio come di questa nuova forma di coscienza civile partecipi largamente il popolo italiano, inteso non come entità figurata, ma nelle sue incarnazioni reali e individuali. Si è diffuso il convincimento che, in virtù della Costituzione, esista la libertà di pensiero, di parola e di decisione politica; che ciascuno abbia i suoi diritti, scritti in Costituzione; che il sistema sociale e giuridico debba essere giudicato col metro di misura ideale offerto dalla Costituzione. Questa è divenuta un mito, ossia il simbolo cui fanno appello i sentimenti di libertà e di giustizia.

Questo processo di radicamento dell’idea costituzionale nella coscienza popolare non trova, però, corrispondenza nel comportamento della classe politica dirigente, nei confronti della Costituzione, la quale Costituzione – da quella classe politica dirigente – viene considerata non come un mito, bensì come una macchina giuridica, sottoposta al processo di necessario adeguamento all’evoluzione socio-politica, perché essa rappresentò un momento di transizione, un tentativo di stabilire un punto di incontro e di equilibrio, più che un programma rivoluzionario. Di qui la definizione, con formula mutuata da Hegel, di “democrazia dalla coscienza infelice”, ovverosia divisa fra due differenti tendenze, costretta in una condizione di duplicità di direttive d’azione, tra coloro i quali intendono salvare e coloro i quali intendono mutare, quando non, addirittura, distorcere o diroccare l’impalcatura costituzionale dell’ordinamento giuridico del nostro Paese. Come segnalato, la Costituzione sancisce i valori e le norme fondamentali che disciplinano la formazione, l’organizzazione e l’attività dello Stato, oltreché la vita dei cittadini e di tutti gli altri soggetti della comunità; essa compendia i principi basilari, i fondamenti che reggono l’ordinamento vigente.

Contrariamente a numerose costituzioni che sono opera di pochi esperti o, anche, di uno soltanto, la Costituzione repubblicana del nostro Paese è stata il risultato di una operazione collettiva, cui posero mano tutte le forze politiche in gioco (democrazia cristiana, partito socialista, partito comunista, partito liberale, dell’Uomo qualunque, partito repubblicano, monarchico, partito d’azione), tra cui fu necessaria un’opera di compromesso storico, tanto più in quanto le varie parti risultavano essere ideologicamente distanti le une dalle altre. Il primo abbozzo della carta costituzionale fu redatto dalla Commissione dei Settantacinque, che diede vita a tre sotto-commissioni. Presentò all’Assemblea le sue conclusioni, cui seguì la discussione, in aula, articolo per articolo, finché il testo definitivo fu approvato, quasi all’unanimità; ed entrò in vigore il 1° gennaio 1948. Come da tale coacervo di forze sia emerso un testo unitario, approvato – si è accennato – quasi all’unanimità, come sia stato possibile un accordo tra gruppi tanto disparati, non è semplice spiegare, se non ci si accorgesse che essi avevano in comune almeno un’idea, non solamente negativa, l’antifascismo, ma anche positiva. Questa idea comune era costituita dalla democrazia, intesa come complesso di principi, di norme, di istituti, che consentono la più ampia partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica e, dunque, il più ampio controllo dei poteri statuali, giacché  antidemocratico era stato il fascismo, con questa sua ideologia negativa: la negazione della democrazia, appunto! Contro il principio dell’uguaglianza, il fascismo aveva esaltato la gerarchia; contro il potere dal basso, il potere dall’alto; contro la libertà, l’autorità; contro lo spirito critico, la fede cieca; contro il principio di responsabilità individuale, il conformismo di massa. Gli ideali democratici cementarono il lavoro di compromesso costituzionale dei componenti dell’Assemblea costituente, i quali, avendo vissuto l’esperienza fascista, avversavano ogni forma di governo dittatoriale. Il fascismo aveva soppresso la lotta politica, la quale si mostra come principio ed effetto di una costituzione democratica. Le diverse concezioni proposte e formulate dai costituenti furono ricondotte a ciò che era successo allo Statuto albertino, che aveva tollerato il suo svuotamento e la trasformazione dello Stato italiano, da monarchia costituzionale a dittatura permanente. E, in questo caso, se soluzione di compromesso vi fu, allora essa si sostanziò nel rifuggire i due estremi della repubblica presidenziale (americana) – che suscitava il sospetto di inclinare verso l’autoritarismo – e della democrazia assembleare (francese), che evocava i misfatti del libertarismo demagogico: gli estremi del cesarismo o bonapartismo e del giacobinismo. I nostri costituenti, quindi, furono sollecitati dalla persuasione di far crescere l’Italia in quel processo di democratizzazione in cui consiste ciò che la filosofia politica contemporanea definisce lo “sviluppo politico”, secondo il modello delle democrazie occidentali, attraverso l’introduzione di strumenti volti ad impedire abusi di potere: pluralismo sociale, garanzia dei diritti, individuali e sociali, separazione dei poteri, decentramento, partecipazione dei cittadini al potere politico mediante referendum, iniziativa popolare e partiti. Appare innegabile, comunque, che fino ad oggi, la Costituzione ha dimostrato, malgrado le sue intermittenze, di essere efficace. E una norma o un insieme di norme sono efficaci, dicono i giuristi, laddove siano effettivamente osservate per un certo periodo di tempo, nel senso che l’efficacia di una norma riposa tanto sul perdurare e sul continuo rinnovarsi della volontà politica che le ha dato vita, quanto sul permanere delle condizioni oggettive da cui ha tratto origine e scopo. E l’odierna discussione in ordine alle riforme costituzionali dovrebbe tenere in conto lo spirito della decisione dei costituenti di accogliere il sistema democratico-parlamentare, a fronte di quello assembleare! Ma il problema cruciale è un altro, cioè quello del rapporto tra Stato, Costituzione e organi. Occorre affrancarsi da quella “illusione costituzionale”, sulla quale bisognerebbe accentrare l’interesse dei giuristi, dei politologi, degli storici e dei politici, la quale coincide con l’idea che nella Costituzione vi sia tutto. No! Nella Costituzione non vi è tutto. Nella Costituzione formale non vi è tutto, esistendo, altresì, una Costituzione materiale, come teorizzava Mortati, vale a dire un’area in cui agiscono forze extra-costituzionali, se non anti-costituzionali. Ma se nella Costituzione non vi è tutto, allora è indispensabile liberarsi da una ulteriore illusione, cioè quella di attuare, sino in fondo, la Costituzione. Sarebbe bello, se fosse vero! La crisi dello Stato ha portata più ampia. Non spetta a me dire se riceverà soluzione: e il conflitto fra stato popolare e stato burocratico, fra stato parlamentare-democratico e stato burocratico, fra democrazia parlamentare e burocrazia dello stato-apparato, fra potere dal basso e potere gerarchico, fra sistema rappresentativo e sistema gerarchico, fra decentramento e accentramento, fra stato come cosa dei cittadini e stato dei funzionari, fra “stato poli-litico e stato mono-litico”, come scriveva Bobbio, in cui si identifica la ragione di crisi dello Stato moderno, non è stato ancora risolto. Ma la cui soluzione è da rinvenirsi al di fuori della Costituzione.

Pertanto, il sogno del buon governo è, e non può che essere, un’apologia della democrazia, non solo e non tanto sotto il profilo filosofico-politico (perché la Filosofia della politica non è né generica saggistica, né filosofia provinciale, ma Filosofia), quanto sotto quello sociale, in termini democratici. I destinatari di siffatta apologia sono, e debbono essere, i cittadini, soprattutto quelli che non sono convinti, che sono delusi, che mugugnano, che trovano astrusi i giochi dei trapezisti della politica, e svuotati gli stessi argomenti solitamente usati per giustificare o per criticare lo stato delle cose. Che se ne stanno in disparte. Che esitano. Che vorrebbero farsi un’altra idea, ma plausibile, non ideologica, della democrazia. Coloro che vorrebbero trovare migliori argomenti per accettare, difendere e vivere il regime democratico. Che vorrebbero arricchire la propria socializzazione come cittadini. Coloro che vorrebbero vivere come individui autonomi in una delle tante città invisibili che la democrazia ci permette di sognare ed anche di costruire. Coloro che sono abbastanza adulti da riconoscere la vitalità dei sogni che hanno fatto da giovani. E quanto detto è imprescindibile ai fini della responsabilità dei cittadini, in primis, sotto l’aspetto morale, dato che nessuno può essere responsabile solo per se stesso, ma ognuno deve sentirsi responsabile dei problemi e delle difficoltà degli altri, altrimenti l’uomo perderebbe la più autentica identità. E’ noto che la maggioranza dei cittadini ha viva coscienza dei propri impegni personali nella vita, nella famiglia e nel lavoro e che la forza di una nazione si individua in questo senso di responsabilità individuale, familiare, lavorativa, senza cui non vi sarebbe quella vitalità che, invece, è diffusa, che ha connotato e connota la nostra evoluzione economica, sociale e civile. Ed è proprio il livello di sviluppo raggiunto che impone di non rispondere più unicamente a noi stessi, ma di farci progredire insieme, in una società che non sia una sola catena di separatezze. Come sappiamo rispondere dei nostri problemi personali, così dobbiamo saper rispondere dei problemi comuni, nel senso che dobbiamo essere responsabili sia per noi stessi, sia per gli altri, per la comunità e per le istituzioni. Dobbiamo dare luogo ad una società in cui vi sia attenzione per gli altri e rapporto con gli altri. E la morale della responsabilità rischia di essere dimezzata se manca la capacità di guardare al di là del nostro privato, di guardare coloro che ci vivono accanto senza sicurezza economica o senza calore umano. Dobbiamo comprendere le solitudini che ci circondano! Perciò, dobbiamo far innalzare la solidarietà e far diminuire la solitudine. Deve essere un dovere personale di tutti, quello di superare le resistenze, di aprirsi, di comunicare con gli altri, di impegnarsi con e per gli altri. Un Paese è civile se lo stare insieme ed il senso della comunità sono valori praticati sistematicamente, costantemente e coerentemente. Questo vuol essere un importante significato della morale della responsabilità, perché in una società moderna e democratica tale responsabilità morale divenga, però, anche un impegno, una speranza ed una fiducia comuni. In una vera democrazia, tutti sono corresponsabili, governati e governanti, poiché la democrazia è il regime sì della delega dei governati ai governanti, ma pure, e assai più, del controllo e della chiamata di responsabilità.

Ma il concetto di democrazia non può essere disgiunto da quello dei diritti umani e dal concetto di pace. Giova sottolineare, quindi, che diritti umani, democrazia e pace rappresentano tre momenti indefettibili dello stesso movimento storico: senza diritti, riconosciuti o protetti, non si dà democrazia; senza democrazia non esistono le condizioni minime per la pace. E cioè, la democrazia è la società dei cittadini, e i sudditi diventano cittadini quando vengono loro riconosciuti alcuni diritti fondamentali; e ci sarà pace solo se vi saranno cittadini non di questo o quello stato, ma del mondo.

Per questo, oggi, occorre un confronto con le idee generali e col pluralismo degli universali culturali, etici, religiosi e politici che caratterizzano e complicano l’attuale società, al di là della “Babele di lingue” delle costituzioni, dei codici o delle sentenze. Da ciò scaturisce la considerazione che il Diritto non può  essere espressione di interessi di parte, né formula per concezioni dottrinali che qualcuno possa imporre ed altri debbano subire, ma deve essere ricondotto a riferimento unitario della convivenza collettiva, nell’adempimento della sua triplicità di funzioni: 1) orientamento sociale; 2) trattamento dei conflitti e 3) legittimazione del potere. Ecco che, in tal modo, si ritrova risposta all’interrogativo perché il Diritto?, cioè perché il Diritto è nella totalità della vita? E’, questo, il problema del c.d. fondamento del Diritto; e se, come ci ha ricordato Heidegger, la domanda perché c’è l’essere e non il nulla, manifesta il problema principale della metafisica, allora si può ritenere la domanda circa il perché dell’esserci del Diritto quale problema cui corrisponde la metafisica del Diritto. Ma la storia della filosofia giuridica e politica può essere scritta e descritta in contrappunto a quella delle istituzioni, sul pentagramma del loro congiungersi, l’una con l’altra. Ed infatti, è utile osservare, a questo punto, che compito primario delle istituzioni repubblicane deve essere quello di recuperare continuamente le energie della comunità, civile e politica, al fine di coordinarle e indirizzarle alla promozione e al perseguimento del bene comune. Tuttavia, la Repubblica è tenuta, inoltre, a vigilare affinché siano rispettati e difesi i principi costituzionali, cui è affidata la sua stessa ragion d’essere, unitamente alla sua credibilità di onestà e di dignità socio-politica. E, ove necessario, la Repubblica deve essere pronta ad applicare la giustizia, perché la libertà, la giustizia, la pace, la democrazia, i diritti umani, nell’entrare in contatto con i casi della vita, non hanno alcun valore ed alcuna dignità, quando non siano pronti a respingere la minaccia di servitù, di diseguaglianza, di conflittualità e di assolutismo. Ma la giustizia trova applicazione per il tramite dei giudici, cui compete ben altro compito che quello di mere “bouches de la loi”, secondo Montesquieu. Essi, nel tradurre il comando generale ed astratto della norma in quello particolare e concreto della fattispecie reale posta al loro esame, agiscono in piena e totale indipendenza da ogni centro di potere. La loro indipendenza è non solo nella loro coscienza, nella libertà morale e nella fedeltà ai principi, ma  anche nella trasparenza della loro condotta, nella libertà delle relazioni sociali. Serietà, equilibrio e responsabilità devono contraddistinguere la figure dei giudici, i quali non si devono far influenzare dall’opinione pubblica, dalla piazza, dalla stampa, da antipatie e da simpatie. Se appariranno sempre liberi ed indipendenti, allora si dimostreranno degni della loro funzione; se si manterranno integri ed imparziali, allora non tradiranno mai il loro mandato.