Diagnosi di cancro: un cambiamento radicale nella vita

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A cura della Dottoressa Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapeuta

Dott.ssa
Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapauta

Quando ad una persona viene comunicata la diagnosi di cancro, la vita cambia. Cambiano le prospettive, le priorità, la visione della vita, il rapporto col proprio corpo. Emergono, anche, un ventaglio di emozioni a volte non chiare e poco catalogabili.

Le conseguenze della comunicazione si evidenziano non solo nella persona “malata”, ma anche nella sua famiglia e nella sua vita. Tre sono i momenti fondamentali che si possono scandire dal momento della comunicazione della diagnosi:

1- la comunicazione della malattia dal medico al paziente e alla sua famiglia.
Da questo preciso momento, la persona entra in uno stato di shock, ha quasi l’impressione di essere diventata protagonista di un incubo che non le appartiene, sente le parole del medico ovattate, lontane. Nonostante i progressi della medicina, la parola “cancro” è legata all’immagine di qualcosa che si insinua e si sviluppa dentro il corpo provocando forte dolore e morte.

La persona ha la netta sensazione che per lei la vita sia finita. Ha immagini di un futuro di perdita di autonomia, di dolore, di difficoltà, “di non vedere crescere i propri figli”. In questi primissimi momenti, la persona e la sua famiglia entrano in un circuito medico (necessario) fatto di terapie, ospedalizzazioni, esami clinici di cui si era a conoscenza ma in modo superficiale. Cambiano le prospettive. In primo piano c’è la malattia e cosa fare per fermarla, rallentarla.

2- la metabolizzazione della malattia.
È questa la fase in cui emergono, spesso in modo confuso e poco chiaro, una miriade di emozioni, tra cui rabbia, ansia, depressione, incertezza per il futuro. La persona, alle volte, ha l’impressione di impazzire. Emergono disturbi del sonno e dell’alimentazione, labilità dell’umore (pianto e depressione alternati a momenti di forte aggressività e rabbia). Cambia il rapporto col proprio corpo.

Si passa dalla sensazione e visione di “corpo sano” a quella di “corpo malato” e fuori dal proprio controllo. Spesso la persona si isola credendo che nessuno la può capire, non vuole essere un peso, non vuole rattristare gli altri. I famigliari cercano di non parlare di cancro, come se questa parola portasse con sé una prospettiva infausta.

3- la convivenza con la malattia.
In questo periodo, la persona e la sua famiglia arrivano ad accettare e a convivere con la malattia. È questo il periodo maggiormente florido a livello psicologico poiché si concretizza un cambiamento nelle dinamiche personali, famigliari e nello stile di vita, nelle priorità e si osservano nuove prospettive future. Nella mia esperienza clinica ho visto persone di varie età e con varie patologie neoplastiche.

La reazione alla convivenza con tali patologie è sempre personale. Alcune persone, anche giovani, riescono a convivere con la patologia e a mantenere uno stile di vita adeguato e attento, traendone anche vantaggi come agevolazioni lavorative. Altre persone, magari in quasi completa remissione, sono disperate come quando è stata comunicata loro la diagnosi.

Questo deriva dal tipo di personalità, dallo stile di vita e da come è stata affrontata la malattia. E’ fondamentale per chi ha una diagnosi di cancro sapere che tutto ciò che prova è naturale. Non sta impazzendo. Ciò non cambia nulla del suo stato ma cambia il modo di interpretare le sue reazioni.

Inoltre, è fondamentale restare in contatto con le persone significative: chiamare, chiedere aiuto è un modo per non isolarsi. Nominare la parola “cancro” aiuta anche a levare il velo e il significato di malignità.

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