Dal Getty Museum di Los Angeles a Cerveteri

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Da sabato 14 aprile espone in piazza Santa Maria l’artista internazionale Gisella Meodi Giovanni Zucconi

Non capita tutti i giorni che un’artista, le cui opere sono state esposte nelle Biennali di Venezia e di San Paolo del Brasile, al MoMA di New York o al Paul Getty Museum di Los Angeles, tanto per fare alcuni esempi, regali una sua opera alla città di Cerveteri. Stiamo parlando di Gisella Meo, un’artista con una caratura internazionale, che esporrà, da sabato 14 aprile, alle ore 18:00, presso la Sala Ruspoli a piazza Santa Maria a Cerveteri, una selezione della sua produzione. La mostra si intitola “La memoria e il futuro: Euphronios-Gisella Meo, immagine riflessa in un labirinto di trame”. In questa mostra, curata dalla storica dell’Arte Luigina Bortolatto, verrà esposta anche l’opera che l’artista ha deciso di donare a Cerveteri, e che avrà come soggetto uno dei simboli della nostra città nel mondo: il Cratere di Eufronio. La mostra è stata organizzata dall’Assessorato alla Promozione e allo Sviluppo Sostenibile del Territorio, guidato da Lorenzo Croci. Abbiamo incontrato Gisella Meo, che ci ha gentilmente concesso un’intervista nella quale ci ha raccontato della sua produzione artistica, conosciuta in tutto il mondo, e il suo legame con Cerveteri.

Signora Meo, lei ha esposto le sue opere nei più importanti musei del mondo, e nella Biennale di Venezia. Cosa l’ha spinta ad organizzare una mostra dei suoi lavori anche a Cerveteri?

“Il mio primo rapporto con Cerveteri risale al 1984. Ho già realizzato due mie importanti installazioni proprio nella Necropoli della Banditaccia. Nel 2013, a Treviso, fu organizzata una mia grande mostra antologica, che fu raccolta in un catalogo dove erano rappresentate tutte le mie opere più significative. Questa monografia è capitata nelle mani dell’Assessore Lorenzo Croci, che ha apprezzato molto la mia produzione, e in particolare è stato colpito dalle due installazioni che avevo fatto 34 anni fa a Cerveteri. Mi ha chiesto la disponibilità a creare un’altra opera che rappresentasse la vostra città, e io ho accettato volentieri. E’ nato tutto così.”

Ci può parlare delle due installazioni che ha creato nella Necropoli della Banditaccia?

“La prima la realizzai nel 1984. Era il primo anno delle celebrazioni etrusche. La Soprintendenza mi concesse l’uso di un tumulo esterno al recinto della Necropoli. Era un tomba con una base sconnessa, ed era ricoperta da cespugli e da alberi. Sicuramente c’erano anche delle vipere. Decisi di imbrigliare il tumulo con una ragnatela generata da un telaio umano formato da un anello di persone che si tenevano per mano intorno al monumento etrusco. In quell’occasione usai più di 300 metri di cordone elastico. Ho lavorato la maglia intorno alle loro mani e ho imbragato il tumulo, compreso i cespugli, gli alberi e le vipere”

Di questa installazione non rimane più nulla

“No. Ma ci sono delle splendide fotografie che esporrò nella mostra a Cerveteri”

Si ricorda su quale tumulo ha lavorato?

“Non saprei dirle il suo nome. Ma quando vedrà le foto, sicuramente lo riconoscerà.”

E la seconda installazione?

“La realizzai nel 1986, sempre durante il biennio di celebrazioni etrusche. Ma stavolta la Soprintendenza mi concesse di lavorare su un tumulo all’interno del recinto della Necropoli della Banditaccia. E’ il primo che si incontra entrando dalla biglietteria. Si vede anche dalla strada. Stavolta la tomba era liscia e regolare. Quasi metafisica. Ho usato 50 bambini delle scuole di Cerveteri. Li ho messi in tondo intorno al tumulo, a braccia aperte, in modo da formare un anello umano. Ho poi lavorato una maglia intorno alle loro mani. Con questa ho imbrigliato l’intera tomba (vedi foto), tirando le corde elastiche dall’alto del tumulo, come se fossero delle redini di un antico carro, di una biga.”

Quale era il significato di questa installazione?

“Volevo simbolicamente sollevare il tumulo, come per rappresentare un movimento di liberazione. Era come se volessimo estrarre dalle radici il tumulo e farlo muovere. Come a voler rivitalizzare un luogo di morte che riposava, staticamente, da millenni. In questo modo abbiamo creato una cosiddetta animazione urbana. La maglia ha anche, naturalmente, un significato di protezione del monumento etrusco.”

Ha imbrigliato anche altri monumenti?

“Certo. L’installazione più impegnativa di questo genere l’ho realizzata a Bagnaia, dove ho imbrigliato un’intera torre.”

Ci può descrivere l’opera che ha deciso di donare alla città di Cerveteri?

“Ho inizialmente fotografato il Cratere di Eufronio e ho ingrandito questa riproduzione fino a farla diventare di un metro e dieci centimetri. Poi l’ho posta in un tondo, e ho aggiunto una parte specchiante, in modo che il vaso si rifletta sullo specchio. Ho poi imbrigliato il tutto in un modulo di plastica trasparente, una maglia molto leggera. Anch’essa, simbolicamente, in segno di protezione del reperto antico.”

Un’ultima domanda. Le sue installazioni durano solo in tempo della loro realizzazione. Poi vengono distrutte. Come è successo quando ha imbrigliato i due tumuli a Cerveteri o la Torre di Bagnaia. Non le addolora vedere la sua opera d’arte demolita e non più visibile ad un pubblico. E’ come per una splendida esecuzione musicale. Chi c’era l’ha sentita, chi non c’era non la potrà mai più sentire dal vivo

“E’ vero. E’ un po’ come un usa e getta. Ma rimane la documentazione… E questo è importante.”

E questo è sufficiente per lei? Inoltre un lavoro del genere, anche se genera costi e tanto lavoro, non si può nemmeno vendere. Le può portare fama, ma è un lavoro invendibile

“Ha ragione. Io tutto quello che guadagnavo da una parte, lo spendevo dall’altra. E’ vero, io ho speso sempre molti soldi per le mie installazioni. Ma ho sempre dato poca importanza al mercato. Forse ho fatto male. Ho sempre cercato di lavorare seriamente e fare delle mostre importanti. E di accrescere la mia bravura. Ma dal punto di vista del mercato non sono mai stata attenta. Questa cosa non va sicuramente bene, ma io continuerò sempre a fare così”