Che ci faccio con me?

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3° parte

Dottor Riccardo Coco
Psicologo – Psicoterapeuta

Nella 1°e 2° parte ho descritto come la capacità di “essere presenti a se stessi” e di capire momento per momento ciò di cui si ha bisogno per stare bene non sia un’attitudine innata, ma bensì appresa attraverso anni di “allenamento” con le figure di attaccamento (solitamente i genitori) durante tutta l’infanzia.

Ho anche detto come questa capacità, chiamata di mentalizzazione, se deficitaria, può comportare lo sviluppo in età infantile ed adulta di diversi disturbi psicologici.

Ciò che può fare la psicoterapia è di allenare l’adulto a sviluppare o rafforzare tale capacità mentale ed il modo in cui lo fa è attraverso la costruzione di una relazione terapeutica in cui il terapeuta (ma solo se appositamente formato per applicare questo modello) “presta” la sua mente come “contenitore” e strumento per elaborare ciò che il paziente gli porta di confuso e non identificabile.

In pratica fa in questo caso quello che fanno (o che dovrebbero fare) i caregivers nell’infanzia con i loro bambini: li aiutano a pensare le emozioni e ad utilizzare il pensiero e la mente come un apparato per contenere le emozioni, identificarle, autoregolarle ed elaborarle, in modo da introdurre tra il sentire e l’agire il pensare. Il che permette di avere autocontrollo emozionale e di prendere decisioni con giudizio e ponderatezza.

Permette quindi di scegliere e di non essere agiti dalle emozioni. Accade spesso che i pazienti non sanno identificare con precisione ciò che li angoscia e pertanto non sono nemmeno capaci di dare una risposta puntuale ai bisogni o alle pulsioni che originano tale angoscia. Lo psicoterapeuta allora avrà tra i suoi obiettivi di lavoro anche questo: ovvero aiutare il paziente a capire come funziona la sua mente e come gestisce l’ansia, “deviandola” da qualche parte, “canalizzandola” e “controllandola” in qualche modo o cercando di “spegnerla”.

Tutti modi però che possono portare allo sviluppo di psicopatologie e nevrosi che abbassano solo temporaneamente il livello di ansia. Essa tornerà ad aumentare poiché i bisogni che l’hanno originata non sono stati presi in considerazione ed appagati (laddove sia possibile appagarli) o sublimati e canalizzati in un modo non dannoso.

Tra le strategie patologiche (che poi diventano automatismi) adottate per far abbassare il livello di ansia e “mettervi una pezza” vi sono (tra le altre) 1) usare droghe, alcool, psicofarmaci, il cibo, il sesso, lo shopping, etc. come modi per “calmarsi” o “stordirsi”; 2) adottare uno stile di vita maniacale: cioè usare il movimento (o il pensiero ossessivo e ruminante) come modo per scaricare la tensione/ansia.

La relazione terapeutica diventa – per queste persone che presentano questi problemi – una “palestra” in cui il paziente può fare pratica per “riconoscere chi è e di cosa ha bisogno”. Il paziente interiorizza così le funzioni mentali di autoriflessione, contenimento ed autoregolazione emozionale, apprendendole attraverso l’interazione continuata nel tempo e a frequenza più possibile regolare con il terapeuta.

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